
Caulonia, Andrea Vaccaluzzo: “E il coraggio di essere il KTF?”
di Andrea Vaccaluzzo
Il punto non è se Cecè Barretta piaccia o non piaccia. Anche perché, lo ammetto, per mia mancanza culturale, quando ne ho sentito il nome per la prima volta ho pensato più a un integratore alimentare che a un cantante.
Battuta a parte, non è neppure una questione di numeri, di piazze piene o di popolarità.
Il punto è capire quale cultura vogliamo rappresentare e tramandare attraverso un festival come il Kaulonia Tarantella Festival, nato dentro una storia precisa e dentro una tradizione musicale precisa.
Essere popolari non significa automaticamente rappresentare la cultura popolare calabrese. Sono due cose diverse.
Si può essere molto seguiti, usare il dialetto, richiamare sonorità folk, costruire ritornelli immediati e avere un fortissimo impatto sul pubblico. Tutto questo può funzionare benissimo sul piano dello spettacolo e del consenso. Ma non basta, da solo, a dire che si sta trasmettendo cultura calabrese.
Il problema nasce proprio quando folk e pop cominciano a confondersi fino al punto che della tradizione restano soprattutto i segni esteriori: il dialetto, qualche ritmo riconoscibile, certi richiami identitari, l’immagine della Calabria.
A quel punto bisogna chiedersi se siamo ancora davanti a un’evoluzione della tradizione oppure davanti a un prodotto pop che utilizza elementi della tradizione per costruire una propria identità musicale.
E questa non è una distinzione da puristi.
La cultura non è qualcosa da mettere sotto vetro. Può cambiare, contaminarsi, evolversi. Ma se parliamo di un festival che porta dentro il proprio nome e la propria storia il riferimento alla tarantella e alla cultura musicale calabrese, allora una domanda sulla coerenza delle scelte artistiche è inevitabile.
Non basta che un artista sia calabrese.
Non basta che canti in dialetto.
Non basta che piaccia.
Non basta che riempia una piazza.
Bisogna capire che cosa di quella cultura sta realmente rappresentando e soprattutto che cosa sta trasmettendo a chi ascolta.
Ed è qui che la questione diventa ancora più delicata.
Perché il Kaulonia Tarantella Festival ha un direttore artistico che non è soltanto un grande musicista. Mimmo Cavallaro è uno di quegli artisti che, attraverso la ricerca, il lavoro sui suoni, sui testi e sulle radici, contribuisce concretamente a mantenere vivo quel rapporto quasi antropologico che la musica popolare ha con la nostra terra.
Ed è proprio per questo che alcune scelte lasciano ancora più perplessi.
Perché se esiste una direzione artistica di questo livello, ci si aspetterebbe che fosse proprio quella competenza a tracciare con chiarezza il confine culturale del festival.
La sensazione, invece, è che attorno alle scelte artistiche possano entrare logiche diverse: politiche, di consenso, populistiche, di richiamo immediato della piazza. E quando queste logiche cominciano a pesare sulla programmazione culturale, il problema non riguarda più il singolo artista.
Riguarda l’autonomia stessa della cultura.
Non sto dicendo che esista necessariamente un’imposizione politica su questa o quella scelta. Ma è legittimo chiedersi quanto la direzione artistica sia realmente libera di costruire un progetto coerente e quanto, invece, debba fare i conti con esigenze che con la ricerca culturale hanno poco a che vedere.
Perché un festival culturale non può essere costruito con lo stesso criterio con cui si costruisce una serata per accontentare il maggior numero possibile di persone.
La cultura non è un sondaggio elettorale. E il KTF non è un vestito sartoriale che il politico di turno si cuce addosso.
E neppure una gara a chi porta più gente sotto il palco.
Se il criterio diventa quello di scegliere ciò che in quel momento incontra il gusto più immediato del pubblico, il rischio è di scambiare il populismo culturale per cultura popolare. Facendo, di fatto, due errori di valutazione: nessuno darà il merito al politico e, nel tentativo di raccogliere consenso, si rischia invece di minare un evento che ha costruito nel tempo una propria identità.
Sono due cose profondamente diverse.
La cultura popolare nasce da una comunità, dalla sua storia, dai suoi riti, dal lavoro, dalla lingua, dai modi di stare insieme e persino dalle contraddizioni di quella comunità. Il populismo culturale, invece, prende ciò che funziona, ciò che è immediatamente riconoscibile e ciò che raccoglie consenso e lo restituisce al pubblico perché continui a funzionare.
Ed è proprio qui che bisogna stare attenti.
Perché la cultura non deve diventare terreno di mediazione politica né strumento per inseguire il consenso.
Deve tornare, prima di tutto, nelle mani di chi la cultura la vive, la studia, la produce e la divulga.
Alla politica spetta il compito di creare le condizioni perché quella cultura possa esprimersi: finanziarla, sostenerla, darle spazi, renderla accessibile.
Non quello di determinarne il contenuto sulla base della convenienza del momento.
Un direttore artistico serve proprio a questo. Altrimenti diventa poco più che una firma su un cartellone deciso attraverso equilibri che con l’arte hanno poco a che fare.
E allora la domanda sul KTF diventa ancora più semplice: vogliamo un festival che segua il gusto del momento oppure un festival capace anche di formarlo?
Perché se davvero vogliamo tramandare una cultura, qualche volta bisogna avere anche il coraggio di non inseguire ciò che è più facile, più immediato e più popolare.
Bisogna avere fiducia in chi quella cultura la conosce abbastanza da poterla portare avanti senza trasformarla semplicemente in ciò che vende meglio.
E aggiungo una cosa ancora più personale.
La mia cultura, al di là di Cecè Barretta, non è quella.
Può piacere, può non piacere, può avere successo, può riempire le piazze. Non è questo che sto mettendo in discussione.
Semplicemente, non è lì che riconosco quella cultura calabrese che penso debba essere custodita e tramandata dentro una manifestazione come il KTF.
Paradossalmente mi sento molto più vicino al lavoro di Mimmo Cavallaro, anche se certe estati imperversa così tanto che mi sembra quasi di vedermelo spuntare pure dalla doccia.
Ma almeno lì riconosco un percorso.
Riconosco una ricerca.
Riconosco un lavoro che parte dalla tradizione e prova a portarla nel presente senza ridurla semplice decorazione.
Riconosco quel rapporto tra musica, territorio, lingua e memoria che non è soltanto musicale, ma quasi antropologico.
Ed è anche per questo che penso a realtà come il KTF: una manifestazione che porta avanti in maniera riconoscibile la musica calabrese, la tradizione calabrese, senza per questo chiudersi dentro un recinto.
Perché può ospitare anche gruppi di altre regioni, esperienze diverse, sonorità che vengono da altri territori, ma che viaggiano su binari culturali paralleli.
Il punto non è la provenienza geografica.
Il punto è il principio culturale.
Se un gruppo arriva dalla Puglia, dalla Campania, dalla Sicilia o da qualunque altra regione ma condivide lo stesso rapporto con la tradizione, con la ricerca, con la memoria, con la musica popolare intesa come espressione profonda di una comunità, allora quella presenza non snatura il progetto.
Lo arricchisce.
Perché resta dentro lo stesso spirito.
Ed è questa, forse, la differenza più importante: aprirsi non significa perdere identità.
Si può essere aperti ad altre regioni, ad altre tradizioni, ad altri linguaggi, purché esista un principio comune, una sensibilità culturale riconoscibile, una continuità di fondo.
Diverso è quando il criterio di apertura diventa semplicemente: è calabrese, è popolare, porta gente, usa il dialetto, quindi va bene.
No.
Non basta.
Questo non significa affatto chiudere la porta al nuovo.
Anzi.
Nuova musica? Benissimo.
Nuove generazioni? Benissimo.
Nuove contaminazioni? Benissimo anche quelle.
La cultura, se è viva, non può essere imbalsamata.
Ma proprio perché è viva bisogna anche avere il coraggio di distinguere ciò che rappresenta l’evoluzione di una tradizione da ciò che invece appartiene legittimamente a un altro percorso musicale.
Se oggi esiste una nuova musica calabrese, più pop, più immediata, più social, più vicina al gusto delle nuove generazioni, perché non darle uno spazio vero?
Perché non costruire una nuova manifestazione?
Un nuovo festival.
Un contenitore capace di raccontare quella Calabria contemporanea senza doverla necessariamente infilare dentro il KTF.
Non ci sarebbe niente di male.
Anzi, potrebbe essere un’altra occasione culturale importante per Caulonia.
Quello che non condivido è l’idea che ogni nuova espressione musicale calabrese debba necessariamente entrare nel Kaulonia Tarantella Festival semplicemente perché è calabrese, usa il dialetto o raccoglie pubblico.
Perché così il rischio non è quello di aprire il KTF.
È quello di cambiarne progressivamente la natura.
E allora torniamo al punto iniziale.
Un’identità culturale può evolvere, contaminarsi, aprirsi e cambiare.
Ma deve conservare un filo riconoscibile con ciò che è.
Altrimenti non si è evoluta.
È diventata un’altra cosa.
E se vogliamo fare un’altra cosa, facciamola.
Nuova musica, nuove generazioni, nuovi linguaggi: ben vengano.
Ma magari dentro una nuova manifestazione capace di rappresentarli davvero.
Il KTF, invece, dovrebbe continuare ad avere il coraggio di essere il KTF.
Foto di repertorio
