
Caulonia, Cristiano Fantò scrive a Giulio Sorace: “Un circolo non è solo un terminale elettorale”
Caro Giulio,
come sai, non sono formalmente iscritto ad alcun partito. Rimango, però, una persona convintamente di sinistra e, proprio per questo, seguo con attenzione le vicende che riguardano tale area politica.
Ho letto e apprezzato le tue recenti considerazioni, che sollevano questioni importanti alle quali vorrei ricollegarmi. In particolare, mi ha colpito apprendere che il circolo locale del Partito Democratico non sia stato coinvolto nel confronto che ha condotto alla candidatura di Frank Benedetto, e che la decisione sia stata presa soltanto attraverso la stampa.
Prendo spunto da questa vicenda non per entrare nel merito nel caso specifico, ma per proporre una riflessione più generale sul rapporto tra partiti, territori e partecipazione.
La questione riguarda il rapporto tra gli organismi dirigenti che assumono le decisioni e le realtà territoriali che dovrebbero rappresentare il cuore pulsante della politica. Quando le scelte maturano in cerchie ristrette e vengono solo comunicate alla base, i militanti si riducono a meri esecutori di decisioni altrui.
Frank Benedetto ha maturato un legame concreto con la comunità reggina e ne conosce le difficoltà. La sua candidatura può pertanto essere considerata autorevole, anche perché capace di unire le diverse forze del “campo largo”; allo stesso tempo, tuttavia, averla individuata attraverso un percorso poco partecipato, pone un problema di metodo non trascurabile.
Gli organismi dirigenti hanno il diritto e il dovere di assumersi la responsabilità delle scelte, ma non possono prescindere dall’ascolto e dal confronto con il territorio.
Un circolo non può essere considerato soltanto un terminale elettorale da attivare quando occorre organizzare una campagna, raccogliere consensi o portare le persone alle urne. Dovrebbe essere il luogo nel quale si discute, si elaborano proposte e si contribuisce alla definizione dell’indirizzo politico. Se chi partecipa alla vita di un partito viene coinvolto soltanto dopo che le decisioni sono state assunte, diventa inevitabilmente più difficile continuare a sentirsi parte di un progetto collettivo.
Sono fermamente convinto che anche da questa distanza nasca il crescente disincanto della popolazione nei confronti della politica, percepita come estranea alla vita quotidiana delle persone e chiusa in sé stessa. Quando si ha la sensazione di non poter incidere sulle decisioni, ci si sente prima impotenti e poi, gradualmente, sempre più disinteressati. Così la politica smette di essere uno spazio comune.
Il metodo attraverso il quale vengono assunte le decisioni contribuisce a definire l’identità di un partito, oltre che il modo in cui si intende la politica. La sinistra, più di ogni altra parte politica, dovrebbe avvertire queste istante e coinvolgere realmente le persone, restituendo loro spazi effettivi di partecipazione. Allo stesso tempo, è necessario tornare a offrire una visione della società riconoscibile e alternativa, capace di interpretare i bisogni, le paure e le speranze di chi oggi non si sente più rappresentato.
Solo così, a mio modesto avviso, il senso di appartenenza che scandisce la tua riflessione potrà riacquistare pienamente valore e significato.
Con affetto,
Cristiano Fantò
