
Come in “Nuovo Cinema Paradiso”, la memoria fa scorrere davanti agli occhi la Caulonia di ieri
di Teresa Candido
Ho letto su Facebook che il “Centro Anziani” di Caulonia ha compiuto 40 anni e, davanti ai miei occhi,
come nel film “Nuovo Cinema Paradiso” è partita una pellicola.
E sono apparse immagini di una vita.
La prima è stata quella di mio nonno.
“Occhi celesti e capiddi i janchi”, come dice una nuova canzone in dialetto calabrese perché è stato uno dei primi soci del Centro.
Poi mio zio, mio padre e, per qualche tempo, anche mia madre.
E subito dopo, quasi a ritroso, è comparso il volto di Giuseppe Lupis.
Lo ricordo ancora: un uomo esile, con una piccola edicola-cartoleria in via Carlo Alberto dalla Chiesa, vicino alla Statale 106
Era l’unica cartoleria e per noi bambini degli anni ‘ 80 era un posto importante.
Lì compravamo quaderni, penne, matite e quei piccoli regalini per i compleanni degli amici.
Ma lì andavamo anche per divertirci un po’.
Chiedevamo il prezzo di questo o di quell’articolo, lo facevamo spazientire apposta per farci rimproverare, anche se poi, in fondo, non ci rimproverava mai abbastanza.
Erano altri tempi.
I negozi erano pochi e Caulonia Marina era ancora un piccolo agglomerato di case, dove ci conoscevamo praticamente tutti.
C’era una scuola, una chiesa, il catechismo, l’Azione Cattolica, il coro della parrocchia, le case popolari.
Quelle costruite dopo l’alluvione del ’51.
A noi sembrava una storia lontanissima. E invece erano passati appena trent’anni.
Negli anni Ottanta Caulonia Marina cresceva insieme a noi.
Forse è proprio questo il ricordo più bello: mentre noi diventavamo grandi, anche il nostro paese cambiava sotto i nostri occhi.
Nascevano case, strade, piazze.
E noi giocavamo nelle case ancora in costruzione.
Entravamo dove non avremmo dovuto, salivamo scale senza ringhiere, ci infilavamo dentro appartamenti fatti soltanto di mattoni.
Era il nostro piccolo mondo proibito.
E proprio perché era proibito, era meraviglioso.
Dietro piazza Bottari, quando ancora la piazza era in cemento, c’erano le case popolari.
Anche lì entravamo di nascosto, salivamo e scendevamo per le scale, esploravamo i piani come se fossero luoghi misteriosi.
Oggi penso che non cercassimo altro che spazio.
Spazio per correre, per giocare, per inventare avventure.
E quello spazio ce l’avevamo.
All’aperto.
Per strada.
In bicicletta.
Con i pattini.
Ricordo ancora i portici appena pavimentati. Per noi erano una pista perfetta. Ci giravamo con i pattini e ci sembrava un posto bellissimo.
In seguito sono diventati il luogo della nostra adolescenza.
D’inverno brulicavano di ragazzi che arrivavano anche dai paesi vicini. Si passeggiava avanti e indietro, senza uno scopo preciso, semplicemente perché quello era il nostro punto di incontro.
Era “il tempo delle mele”.
Appartenevamo tutti alla stessa generazione.
I ragazzi dei paesi limitrofi venivano a trovare le ragazze del posto.
Chissà se un ragazzo di oggi riuscirebbe anche solo a immaginare tutta quella gente sotto quei portici.
Probabilmente no.
Perché quella folla non c’è più.
Eppure c’era!
E forse è proprio questo che fa impressione quando si guarda indietro: accorgersi che non sono soltanto i luoghi ad essere scomparsi.
Sono scomparsi anche i rumori, le abitudini, le persone, il modo di stare insieme.
E poi c’era il lungomare ( non lungomare, ma che a noi sembra tale)
Quel viale alberato che oggi, nella memoria, sembra ancora più bello di quanto probabilmente fosse.
La nostra adolescenza aveva il rumore dell’estate.
L’unico bar vicino alla spiaggia, il “Chiosco”:
il juke-box,
il bigliardino,
il flipper,
i gelati confezionati “Algida”
i ghiaccioli.
Le giornate estive che sembravano non finire mai.
Il Tam Tam noi non l’abbiamo vissuto, perché siamo arrivati dopo.
Ma quella sensazione di speranza sì.
Quella la ricordo benissimo,
si respirava.
Caulonia Marina sembrava andare avanti.
Cresceva.
E noi crescevamo con lei.
C’era la sensazione che il domani sarebbe stato migliore dell’oggi.
Non perché tutto fosse perfetto. Non lo era, ma perché vedevamo accadere le cose:
una casa nuova;
una strada;
un negozio;
una piazza;
un albero.
Qualcosa che prima non c’era e che improvvisamente compariva davanti ai nostri occhi.
Era il futuro che prendeva forma.
E noi lo guardavamo senza sapere che un giorno avremmo ricordato proprio quei piccoli cambiamenti come qualcosa di grande.
Forse è per questo che quel post sui quarant’anni del “Centro Anziani” mi ha emozionata così tanto.
Perché dietro una semplice ricorrenza ho rivisto persone che non ci sono più:
mio nonno,
mio padre,
mio zio,
Giuseppe Lupis.
E insieme a loro ho rivisto noi,
i bambini di Caulonia Marina degli anni Ottanta.
Quelli che correvano, giocavano, pedalavano, pattinavano, entravano di nascosto nelle case in costruzione e non sapevano ancora che, senza accorgercene, stavamo costruendo anche noi la nostra memoria.
E allora mi sono chiesta: chissà se quei ragazzi di allora, tornando oggi a Caulonia Marina, riconoscerebbero il paese che vedevano crescere insieme a loro.
Forse no.
Cercherebbero con gli occhi qualcosa che non c’è più.
Un negozio.
Un albero.
Una piazza.
I portici pieni di ragazzi.
Il bar sulla spiaggia.
Un volto.
Una voce.
Ma la memoria ha una strana capacità: conserva ciò che il tempo cancella.
Puoi tornare dopo quarant’anni e non trovare più niente come prima.
Poi basta un nome, una fotografia, una canzone, un odore, una strada…
e tutto ricomincia.
Per un istante, il tempo si ferma.
I morti tornano a sorridere, i giovani ritrovano il loro volto di allora, i bambini tornano a correre per le strade.
E Caulonia Marina riprende a crescere davanti ai nostri occhi, proprio come la ricordavamo.
Forse è questo il miracolo della memoria: non ci restituisce il passato, ma ci riporta a ciò che eravamo quando quel passato era ancora il nostro presente.
E allora la pellicola riparte.
Le immagini scorrono, le voci riaffiorano, il mare è ancora lì.
E noi siamo di nuovo ragazzi, con tutta la vita ancora davanti.
Poi il proiettore lentamente si ferma.
La luce si spegne.
Resta il silenzio, quello che arriva quando un ricordo è così vivo da fare quasi male.
E sulle labbra compare un sorriso.
Perché capiamo che, in fondo, non abbiamo mai lasciato davvero quel paese.
Una parte di noi è rimasta lì.
Tra quelle strade, sotto quei portici, sulle biciclette, dentro quelle case in costruzione, davanti a quel mare.
Accanto alle persone che abbiamo amato.
È quella parte che, ogni tanto, torna a cercarci.
Non per farci rimpiangere ciò che è stato, ma per ricordarci da dove veniamo, chi siamo stati e quanto di quel tempo vive ancora dentro di noi.
Perché i luoghi cambiano.
Le persone invecchiano.
Alcune se ne vanno.
Gli alberi cadono, i negozi chiudono, le piazze cambiano volto.
Ma ciò che abbiamo vissuto non scompare del tutto.
Rimane dentro di noi.
E forse è questo che significa davvero appartenere a un luogo:
portarlo con sé, anche quando si è lontani.
Così, ogni tanto, basta che qualcuno scriva “40 anni del Centro Anziani” perché il vecchio proiettore si riaccenda.
E per qualche minuto…
Caulonia torna a vivere.
Tornano i volti.
Tornano le voci.
Torna il mare.
Torniamo noi.
E allora capisco che forse il tempo può portarci via quasi tutto, ma non può cancellare ciò che siamo stati.
Perché finché ci sarà qualcuno capace di ricordare,
quella Caulonia continuerà a vivere.
E forse, da qualche parte, continuerà ancora a crescere insieme a noi.
Come allora…
