
La riflessione di Nicola Frammartino all’indomani della manifestazione di Futuro Nazionale nella Locride
Negli anni immediatamente precedenti l’entrata in guerra (prima Guerra Mondiale) dell’Italia, e anche dopo la Guerra, il Partito Socialista continuava la sua esistenza di sempre: di immense lotte generose, ma anche di divisioni interne, di contrapposizioni, di scissioni e della ripetizione delle proprie parole d’ordine.
Intanto, però, la borghesia aveva cominciato a parlare un linguaggio nuovo e a fare cose nuove: stava inventando il fascismo.
Antonio Gramsci, evidentemente tormentato da ciò che vedeva intorno a sé, ebbe anch’egli, nel 1914, qualche momento di incertezza rispetto ad un aspetto della linea politica, in quegli anni assai importante: la partecipazione alla Guerra. Il Partito Socialista aveva scelto la neutralità intransigente. Quell’incertezza di Gramsci era il segno che egli avvertiva l’insufficienza dell’azione del suo Partito, il Partito Socialista e sentiva la necessità di interrogarsi più profondamente sulla situazione che si stava creando.
La reazione del Partito alle sue riflessioni fu di chiusura assoluta e con il suo temporaneo isolamento.
Io stesso, negli ultimi tempi, ho cambiato opinione rispetto a qualche anno fa, ho avvertito la gravità degli eventi che si stanno sviluppando intorno a noi. E oggi, all’indomani della manifestazione di Futuro Nazionale nel nostro territorio, che considero un fatto di estrema gravità, sento il bisogno di una riflessione più attenta sulle nostre tesi tradizionali.
Se i nostri avversari crescono con tanta rapidità, significa che un problema esiste e che non possiamo limitarci a ripetere le nostre posizioni consuete come se nulla fosse cambiato. Soprattutto non dovremmo mai dire: la gente è ignorante e non ci capisce. Dobbiamo, invece, chiederci perché una parte della società si riconosca sempre meno nelle nostre parole e sempre più nelle proposte dei nostri avversari e che, se loro vincono e noi perdiamo, con essi dobbiamo confrontarci pari a pari. Questa è una regola che non dobbiamo dimenticare.
Negli ultimi tempi, anche se con una certa esitazione in quanto influenzato moltissimo dal compianto Domenico Lo Surdo, grande marxista, ho evitato di parlare di “Comunismo”. Oggi penso che dovrei mettere un po’ da parte questa parola, perché essa appartiene a un’altra epoca e richiama un’esperienza storica assai diversa da quella nella quale viviamo.
Qualche intellettuale, che seguo con attenzione, propone addirittura di abbandonare anche la parola «Sinistra», considerandola anch’essa ormai datata: figlia del secolo scorso e persino di quello precedente. Una riflessione analoga potrebbe riguardare anche il termine «fascismo». Dobbiamo rinunciare a utilizzarlo in ogni polemica, in ogni occasione. I valori che esso sottende vanno contrastati, con forza, ma direttamente, senza la mediazione costante del termine “fascista”. Bisogna andare oltre le contrapposizioni puramente nominali, ma riprendere direttamente i contenuti.
Ma non bastano questi cambiamenti di linguaggio. Cambiare le parole, senza cambiare il modo di pensare, rischia di essere soltanto un’operazione di facciata. Il problema è più complesso: dobbiamo capire perché le nostre proposte, le nostre categorie politiche tradizionali, sembrano oggi incapaci di interpretare una realtà che è profondamente mutata rispetto al Novecento, il secolo per eccellenza della lotta di classe. È necessario, quindi, non soltanto abbandonare alcune parole divenute storicamente incomprensibili alle giovani generazioni e non udibili dalle vecchie, ma costruire un linguaggio nuovo capace di far comprendere il presente, cioè le nuove realtà politiche e sociali.
Gramsci, nel 1914, comprese almeno in parte che non era sufficiente ripetere le formule del Partito. La lezione che possiamo ricavarne oggi è forse la stessa: quando il mondo cambia, non possiamo pretendere di interpretarlo continuando semplicemente a ripetere le parole del passato. La vera questione, dunque, non è soltanto stabilire quali parole dobbiamo conservare e quali dobbiamo abbandonare. La questione decisiva è capire quali idee, quali valori e quale progetto politico siano necessari per affrontare il tempo nuovo nel quale siamo entrati.
Nicola Frammartino
