
Noi, gruppo colorato e festoso, abbiamo dato voce a quelli che Vannacci vorrebbe far tacere
di Emanuele Capogreco
Ho messo su il fazzoletto partigiano tricolore dell’ANPI, la Kefiah palestinese e le insegne del primo Pride catanzarese, raccogliendo l’invito che girava sui social. Non so quale di questi simboli avrà fatto più arrabbiare i “vannacciani”, ma si leggevano sui loro volti una stizza e un livore in grande contrasto con i nostri sorrisi. Noi un gruppo colorato e festoso della Locride che con garbo ha voluto dare voce a tutte le persone che Futuro Nazionale vorrebbe far tacere. Loro una sfilata di sfumature di nero dai volti tesi accorsi da mezza Calabria, a partire dal lametino, ahimè deputato, Furgiuele, per riempire una sala d’hotel. Svastiche, fasci littori e saluti romani nel repertorio di chi ha applaudito il fondatore di F.N., partito, anche se fatico a definirlo tale, che non nasconde nel suo statuto e nel suo programma la subordinazione della donna all’uomo, esaltando una non meglio precisata “cultura romana”, mentre a parole già vorrebbe remigrare le nostre sorelle e i nostri fratelli mediterranei. Diverse persone si sono avvicinate a noi “contestatori”, qualcuno ha tentato una forma di confronto, qualche altro ha provocato, mentre nessuno di noi ha impedito al candidato di esprimersi, anche perché non era questo il tema. Anzi, è bene che parlino questi fascisti, perché più apron bocca più si profila l’incostituzionalità del programma del generale in pensione. Il motivo semmai è, come ha affermato persino il pericoloso rivoluzionario Mario Monti, combattere la sua retorica fascista, mettendoci la faccia, oltre che i contenuti. Così, mentre dentro si consumava un copione già visto tra curiosi, seguaci e opportunisti, fuori si è scritta con coraggio una piccola rivoluzione: la Locride non è una terra da colonizzare. Né politicamente né in altro modo. Colori e sorrisi non sono state le uniche cose che abbiamo portato con noi, abbiamo preso a piene mani il nostro coraggio, mostrato i nostri corpi alle persone, che fossero perfetti sconosciuti o conoscenti di una vita, pronti a sostenere il dibattito pubblico. Esattamente il contrario di quello che stava succedendo a pochi passi da noi, dove il culto della personalità, la retorica più elementare e contenuti di supremazia della razza stavano dando bella mostra di sé, sotto una pioggia di applausi. “È così che muore la libertà, sotto scroscianti applausi” recita la battuta di una popolare pellicola cinematografica: lo spiega bene il pensiero della filosofa Hannah Arendt secondo cui le azioni peggiori possono essere compiute da persone normali, comuni e prive di diabolica malvagità, nella totale assenza di giudizio critico. Così, mentre il generale in pensione parlava di raccogliere funghi con persone che si sporcano le mani per fare un’Italia migliore, noi fuori ci stavamo “sporcando le mani” per dire che questo mondo è un posto migliore.
