
Antonio Larosa sulla proposta di Ilario Ammendolia: “Tornare ai partiti per una sinistra ancora utile”
Ilario Ammendolia, con le consuete sapienza e determinazione, in un lucidissimo post su Facebook, ha voluto aprire un (pur necessario) dibattito a sinistra. Che, in soldoni e condividendone buona parte, può essere ridotto alla seguente sintesi: in Italia vi è uno sfacelo politico-democratico chiamato destra meloniana (“rigurgito fascista”); sconfiggere la Meloni (con sullo sfondo il “futurista” Vannacci) è comprensibile e augurabile; non basta però gridare “Fascista! Fascismo!”, non basta reclamare emergenze o fronti democratici, ma servono idee e programmi di cambiamento; le organizzazioni politiche dell’attuale sinistra italiana, senza rimpiangere la pochezza anche di personaggi e pratiche presenti ancora qualche anno fa, rimangono ampiamente deficitarie sia sul piano organizzativo che dei contenuti; la strada maestra è aprire spazio e tempo alle migliori energie dal basso, ad un popolo deluso e disilluso che vorrebbe poter contare, a partire dal tornare a discutere insieme e pubblicamente.
Per quello che posso e valgo, condivido l’impostazione di Ilario e darò il mio contributo attivo alla sua proposta di assemblea pubblica a Novembre. Perché confrontarsi e cimentarsi l’un l’altro, in uno spazio fisico e collettivo ben oltre la gassosità della dimensione virtual-digitale in cui siamo tutti immersi, appare essere necessità oggettiva ed impellente. Tuttavia, l’occasione è propizia per interagire sin da subito con le riflessioni di Ilario e anche con alcuni degli interventi che, con autentico e dichiarato interesse, ho letto a margine del suo post social.
Premessa, che possiamo considerare pacificamente consolidata, ma che pure è sempre utile ribadire e reiterare. La sinistra italiana, per quelle che sono le sue attuali configurazioni organizzative e le sue strutture politico-istituzionali, presenta criticità difficilmente comprensibili, soprattutto in una congiuntura temporale che offre ad un campo democratico-progressista – variamente definito – la possibilità concreta di avanzamento nella società italiana e quindi di successo elettorale. Manca, anche a pochi mesi dalle scadenze di calendario, la generosità di una proposta elettorale unitaria che vada oltre i biechi interessi della singola sigla o del singolo leader. Manca la capacità di elaborare un pur minimo programma d’azione, il coraggio di un’innovazione teorica (idee-forza da veicolare nella società) e di pratiche operative (più democratiche ed orizzontali) che la radicalità dei nostri tempi richiede.
Ciò detto, con un capovolgimento di analisi che può anche rappresentare un’audace “mossa del cavallo”, vorrei provare a mutare l’ordine dei fattori: non più o non solo cosa possono (devono) fare i partiti di sinistra per un articolato e plurale campo democratico, ma anche come un pezzo del popolo di sinistra può agire e quindi “infiltrare” i partiti oggi esistenti, con l’obiettivo di sovrastare la rassegnazione ad una banalissima gestione del quotidiano e dell’esistente.
Voglio citare in questa sede un libro, pubblicato di recente da Anton Jager – un giovane storico e filosofo belga che continua a definirsi serenamente un marxista. Il libro si chiama Iperpolitica e propone una tesi di fondo assai lineare: dopo la grande politica di massa di gran parte del ‘900, dopo la post-politica dominante con la fine della “Guerra Fredda”, dopo il populismo declinato in varie salse degli anni ’10 del nostro secolo, siamo entrati nella fase dell’iperpolitica. Ovvero: tutto torna ad essere oggetto di valutazione e analisi politica, tutto torna a presupporre schieramenti e posizionamenti politico-culturali netti, ma al contempo tutto risulta essere consumabile e spammabile a livello individualista, senza un tangibile slancio di natura collettiva, in una dimensione eccessivamente frammentata e molecolare filtrata dall’egemonia inarrestabile della sfera digitale.
Iperpolitica, quindi, significa una ri-politicizzazione di fondo che però è priva di un reale sbocco politico-istituzionale. A mancare, pienamente e puntualmente, vi è qualunque ipotesi o dimensione di lotta collettiva, struttura organizzativa, capacità di incidenza sui processi decisionali che ci governano.
Ecco, mi piace pensare che l’analisi di Jager serva a comprendere anche i limiti fuori sincrono e talvolta surreali della sinistra italiana. Quella stessa sinistra che non è fatta solo di macchine partitiche troppo spesso autoreferenziali e accartocciate su se stesse. Quella stessa sinistra che non è fatta solo di pseudo-leader cui difetta persino una fantasìa di base per immaginare una politica e un mondo alternativi. Quella stessa sinistra che è fatta anche di tante donne e di tanti uomini di buona volontà, con coscienza critica e sensibilità democratica, che tuttavia si arroccano anch’essi nel presunto empireo della politicizzazione senza politica, nella convinzione di una “iperpolitica” uso social invece che nella responsabilità di un’azione collettiva e strutturata.
Più semplicemente, se i partiti di sinistra non funzionano nemmeno in un tempo di ri-politicizzazione oggettiva, la responsabilità è anche di chi, con un surplus pur minimo di generosità e di coraggio, quegli stessi partiti potrebbe incrociarli concretamente e mutarli nel profondo. Bisogna tornare alle forme organizzate e istituzionali, bisogna tornare a vivere dentro e con i partiti: perché l’incidenza sugli assetti di potere attuali e sulle prospettive di sviluppo futuro è prodotta soprattutto dallo strumento partito.
Sarebbe opportuno provare ad iscriversi nuovamente ad un partito di sinistra, agire una battaglia culturale e valoriale al suo interno, competere con sincera sfrontatezza anche alla sua direzione e alle cariche istituzionali. O, al minimo, essere parte costitutiva del dibattito complessivo che guida le comunità politiche della nostra sinistra. Un esempio su tutti, di carattere strettamente locale, che aiuta a comprendere: quanti ottimi amministratori di sinistra (cito a caso: Roccella Ionica, Gioiosa Ionica, Bivongi, Benestare, Cinquefrondi, Villa San Giovanni, ecc.), con radicamento e capacità pratiche, rivestono ruoli di rilievo in un’organizzazione politico-partitica di sinistra?
I partiti di sinistra produrranno buona politica soltanto se il tenore delle personalità che li animano saprà alzarsi sul piano quantitativo e della qualità complessiva, soltanto se le migliori energie che si muovono sul territorio sapranno giocare una partita significativa al loro interno o comunque insieme a loro. E per farlo, serve attivarsi da protagonisti, reclamare spazio e possibilità, perché chi controlla il giocattolo difficilmente lo cede gratuitamente agli altri.
Con questa convinzione e con questo auspicio, accolgo la proposta di Ilario Ammendolia e dichiaro di essere pronto a dare il mio contributo schietto e abbondante.
Antonio Larosa – militante Alleanza Verdi Sinistra
