
Caulonia piange Franco Ammendolia: il ricordo di Cristiano Fantò
Da bambino, faticavo a comprendere perché la parte sinistra del mio corpo non rispondesse allo stesso modo di quella destra. Mi ponevo domande troppo grandi per la mia età e, non trovando risposte, mi chiudevo in me stesso, quasi a voler tenere al riparo dal mondo esterno la mia parte più fragile.
Poi, un giorno, nella mia vita è entrato Franco. Lo ha fatto in punta di piedi: con garbo, con discrezione, con dolcezza.
Allora non potevo immaginare che mi avrebbe accompagnato nel percorso di fisioterapia fino all’età adulta. Veniva a trovarmi a casa, mi faceva sedere sul tavolo e, attraverso il gioco, riusciva a farmi svolgere gli esercizi di riabilitazione senza che me ne rendessi conto. Quando facevo i capricci, lui pazientava; quando mi stancavo, mi concedeva tutto il tempo necessario per riposare; nel frattempo, parlavamo e ridevamo, ridevamo e parlavamo.
Così, quelle ore trascorse insieme hanno smesso di ricordarmi le fragilità che ancora non riuscivo a spiegarmi e hanno assunto un significato completamente diverso, diventando l’appuntamento atteso con una persona amica.
Con il passare degli anni, ho iniziato a frequentare il centro di riabilitazione in cui lavorava Franco, a pochi passi da casa mia. In quel luogo ho imparato a conoscere la sofferenza degli altri, ma anche ad ammirare la forza d’animo con cui tante persone affrontavano le difficoltà quotidiane.
Durante quei pomeriggi, mentre facevo fisioterapia, la stanza di Franco si riempiva spesso di colleghi e pazienti del centro che si affacciavano alla porta per scambiare qualche chiacchiera. Franco aveva sempre una parola buona per ciascuno di loro: sapeva farli divertire, proprio come faceva divertire me; possedeva la rara capacità di regalare momenti di serenità anche a chi attraversava giornate difficili. Bastavano una battuta, un sorriso e, quasi senza accorgersene, chi entrava in quella stanza sembrava uscirne più leggero, più felice.
Al termine di ogni seduta di fisioterapia, Franco mi accompagnava all’uscita e continuava a seguirmi con lo sguardo finché non mi vedeva aprire il cancello di casa. Non gliel’ho mai detto, ma in quel gesto apparentemente semplice riconoscevo una delle forme più autentiche di amore e di protezione. Era il suo modo di prendersi cura di me anche dopo avermi salutato.
Franco per me è sempre stato un vero e proprio eroe, poiché credo non vi sia nulla di più nobile che fare del bene agli altri attraverso i piccoli gesti di ogni giorno. Senza clamore, senza aspettarsi nulla in cambio, semplicemente scegliendo di esserci per qualcuno.
È grazie a Franco se ho capito che la diversità può essere un dono.
È grazie a Franco se ho imparato quanto sia importante avvicinarsi agli altri con empatia, premura e rispetto.
È grazie a Franco se ho compreso che le persone buone esistono davvero e che incontrarne una può cambiarti la vita. A volte, può persino salvartela.
Franco mi ha sostenuto in tutti i modi possibili. Mi ha accompagnato nella crescita, aiutandomi a comprendere me stesso e a guardare il mondo con occhi diversi. Quando ho pubblicato il mio primo libro, ho voluto dedicarglielo. Mi sembrava naturale condividere con lui quel traguardo, e manifestargli tutta la mia gratitudine.
Da qualche ora, purtroppo, Franco non c’è più. Io mi sento improvvisamente disorientato, proprio come tanti anni fa, prima di incontrarlo. Questa volta, però, non avverto l’esigenza di tenere al riparo dal resto del mondo la mia parte più fragile. Sento, al contrario, il bisogno di darle voce e di raccontare quanto bene possa fare un essere umano a un altro.
Desidero salutare Franco ricordando la meravigliosa persona che è stata. Perché la bellezza è rara, preziosa, e merita di essere riconosciuta, custodita e celebrata.
Buon viaggio, Franco. Resterai nel mio cuore per sempre.
