La sinistra ritrovi il dialogo e ascolti gli elettori: l’appello di Ilario Ammendolia

La sinistra ritrovi il dialogo e ascolti gli elettori: l’appello di Ilario Ammendolia

Possiamo aprire un dibattito rispettoso e franco a sinistra e darci appuntamento per la prima domenica di novembre?

Pochi giorni fa si sono svolte le elezioni in provincia di Reggio Calabria. Alla Camera dei deputati la Calabria sarà rappresentata dall’on. Roscioli, tesoriere di Forza Italia, politicamente “nessuno”.

Eppure, a sinistra, tutto tace.

Lo stesso pesante silenzio che abbiamo registrato dopo la duplice vittoria di Occhiuto alle regionali, dopo le politiche del 2022, dopo le comunali di Reggio Calabria e di Palmi e dopo il referendum sulla giustizia.

Personalmente ho superato gli ottant’anni. Non ho, né posso avere, ambizioni personali. Ma avverto ancora quella che chiamo la “passionaccia politica”, e questa mi dice che il silenzio, quando si ripete dopo una serie di sconfitte, rischia di diventare una resa.

Sia chiaro, però, e voglio dirlo subito per evitare equivoci: non c’è alcun imputato da processare e nessun capro espiatorio da sacrificare.

C’è soltanto il tentativo di aprire un varco democratico nella cortina del silenzio, avviando dal basso un confronto aperto, rispettoso e senza pregiudizi.

E, se ci saranno le condizioni, potremmo darci appuntamento per la prima domenica di novembre.

Da dove partire?

Partirei da una considerazione forse controcorrente.

In Italia, e non solo in Italia, non credo che stiamo assistendo semplicemente a un rigurgito fascista. Credo che siamo di fronte soprattutto a una rivolta contro la “casta”, contro classi dirigenti percepite come lontane, autoreferenziali e incapaci di dare risposte.

Del resto, almeno finora, il vento ha cambiato direzione in modo sorprendente: Berlusconi, Renzi, Salvini, poi Grillo e ora Meloni.

Domani potrebbe essere Vannacci.

Dipenderà anche da noi.

Sullo sfondo c’è un popolo insoddisfatto, deluso, angosciato e, a volte, frustrato, che non ha più fiducia nelle classi dirigenti — non soltanto politiche — e che rischia di perderne sempre di più anche nelle istituzioni.

Vorrebbe contare.

Ma non conta.

Vorrebbe riprendersi quella “sovranità” che sente di aver perduto.

Oggi al governo c’è Giorgia Meloni.

È normale, anzi fisiologico, che la sinistra voglia sostituirla. Ma non riuscirà a farlo semplicemente definendola fascista.

Primo, perché non lo è.

Non vedo perché dovrebbe voler cambiare un sistema che le ha consentito, partendo da una posizione politicamente marginale, di arrivare a Palazzo Chigi e di poter persino guardare al Quirinale.

E non vedo perché dovrebbe voler avere tra i piedi strumenti logori e imbarazzanti del neofascismo, che le impedirebbero di frequentare il “salotto buono” dell’Europa.

Meloni è di destra. In questi anni non ha realizzato le riforme che molti si aspettavano, mentre ha sostenuto scelte che considero profondamente discutibili: dalla politica del riarmo alle insufficienti risorse destinate alla sanità.

Ma adesso, forse, smettiamo di parlare soltanto di Meloni.

Diamo agli elettori un motivo per votare a sinistra: per la prima volta o per confermare il loro voto. E soprattutto diamo loro un motivo per non disertare le urne.

Per farlo dobbiamo prima di tutto togliere un sospetto: che la sinistra di oggi voglia semplicemente ripristinare la situazione precedente alle elezioni politiche del 2022.

Diciamolo con chiarezza: credo che la maggioranza delle persone, pur avversando l’attuale governo, non provi alcuna nostalgia per Draghi, Letta o Gentiloni.

Non rimpiange Speranza alla Sanità, che non riuscì neppure ad abolire il famigerato numero chiuso a Medicina.

Non rimpiange Guerini, che sul riarmo e sull’Ucraina ha avuto e continua ad avere posizioni non così lontane da quelle di Crosetto.

E lo stato disumano e incivile in cui ancora oggi vengono tenuti molti detenuti non può essere semplicemente dimenticato perché Orlando non è più ministro.

Alla luce dei fatti, serve una svolta credibile rispetto al passato.

E allora non vedo perché il popolo della sinistra non possa essere chiamato a decidere sui temi fondamentali che dovrebbero costituire l’anima di un nuovo programma.

Per esempio:

Vogliamo continuare sulla strada del riarmo oppure puntare su una forte iniziativa diplomatica, valorizzando il ruolo dell’ONU?

Siamo per una sicurezza garantita nel rispetto della libertà e dello Stato di diritto oppure vogliamo un progressivo rafforzamento degli strumenti di controllo e repressione?

Vogliamo un equilibrato intervento dello Stato nell’economia oppure riteniamo che debba essere soprattutto il mercato a decidere?

Siamo favorevoli a una patrimoniale oppure vogliamo continuare a far gravare il peso della fiscalità soprattutto sui lavoratori?

Vogliamo restituire alla questione meridionale una centralità politica nazionale oppure accettiamo che venga deliberatamente oscurata dalla sola questione criminale?

Riteniamo di dover sostenere, nel rispetto del diritto internazionale, le iniziative della Corte penale internazionale nei confronti di chi è accusato di crimini internazionali, compreso Netanyahu?

Quali devono essere i criteri per scegliere ed eleggere i parlamentari?

E, soprattutto, possiamo discutere seriamente anche della qualità e della durata della rappresentanza politica?

Crediamo davvero che Fassino avesse ancora i titoli per restare quasi trent’anni in Parlamento?

Pensiamo che Nico Stumpo debba ancora rappresentare la Calabria? E che dire di Cafiero De Raho e Scarpinato?

Non sono domande rivolte a singole persone per metterle alla gogna.

Sono domande sul rapporto tra politica, rappresentanza e cittadini.

Infine, verrà naturale anche la scelta di chi dovrà guidare la squadra.

Ma senza uno sfibrante confronto tra “iniziati”, senza accordi fatti nelle stanze chiuse e senza delegare sempre ad altri le decisioni fondamentali.

Restituiamo agli elettori il diritto di decidere.

Noi non possiamo fare grandi cose.

Ma dovremmo almeno provare a fare quello che possiamo.

E forse la prima cosa che possiamo fare è questa:

rompere il silenzio e ricominciare a discutere.

Con rispetto, senza nemici da abbattere e senza verità già confezionate.

Se qualcuno pensa che ne valga la pena, diamoci appuntamento per la prima domenica di novembre.

Tutti possono intervenire con toni corretti e educati.

Ilario Ammendolia

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