
Murdolo: “Dal vino doc di Bivongi una lezione di sacrifici, radici e orgoglio”
Riceviamo da Mario Murdolo e pubblichiamo
Bivongi si prepara al salone dell’enoturismo programmato per il 24 e 25 ottobre. Una due giorni che mira a riflettere sull’importante settore vitivinicolo, in un appuntamento importante e indovinato dal nome “Festival del vino”. Molto azzeccata la scelta degli organizzatori di far diventare Bivongi teatro di questa iniziativa. E non poteva essere diversamente, dato che il vino doc di Bivongi è l’unico di questo genere nella provincia di Reggio Calabria, tenendo conto che quello di Bianco è da dessert.
Per dare maggiore visibilità e pubblicità a questo rilevante e imperdibile evento, gli organizzatori, già con largo anticipo, hanno invitato il pubblico a partecipare. E, in modo veramente competente, dimostrando di conoscere bene il nostro territorio e l’importante settore dell’agricoltura, in questo caso quello vitivinicolo, gli organizzatori hanno scelto il luogo più giusto e idoneo per questo festival del vino.
Il titolo non deve ingannare: non è soltanto una festa. È una cosa totalmente diversa dalla sagra del vino e dalla festa di San Martino, perché molto spazio, come ho letto nel programma, viene dedicato a un convegno in cui si parlerà sicuramente delle tante problematiche di un settore che, oltre a essere sottoposto a ingenti sacrifici, è spesso esposto alle avverse condizioni atmosferiche, che rendono vani i sacrifici di un anno di lavoro. A questo punto penso che dal dibattito emergerà la necessità di richiedere l’intervento delle istituzioni per non far morire l’agricoltura e, in questo caso, il grande e orgoglioso primato del vino doc di Bivongi.
La coltivazione della vite a Bivongi ha radici antichissime. Le vigne cominciarono a essere coltivate da noi, nientemeno, nel periodo della Magna Grecia. Un lavoro che non veniva insegnato a scuola, ma che i padri insegnavano con la pratica ai propri figli, di generazione in generazione. Cosa di non poco conto: chi si dedicava alla coltivazione del vigneto doveva fare i conti con una cura quasi giornaliera, per i numerosi accorgimenti e trattamenti necessari, e con le lunghe camminate a piedi per raggiungere i poderi lontani. E chi della mia età non ricorda i lunghi filari di asini e muli che trasportavano la dolcissima e gustosa uva nei cosiddetti “rivaci”? E poi, nei palmenti, dove non c’erano le moderne attrezzature di oggi, chi non assistette alla pigiatura dell’uva con i piedi?
Però oggi, e sicuramente sarà ricordato nel convegno del 24 ottobre, gli immani, gravosi e ammirevoli sacrifici dei nostri antenati sono serviti per mantenere intere generazioni, far progredire la nostra gente attraverso gli studi e hanno fatto diventare Bivongi un paese invidiabile, stimato da tutti e da imitare. E non perché ha il vino doc.

