
Paolo Rodà, l’infanzia negata dalla ’ndrangheta. A 22 anni dall’omicidio nelle campagne di Ferruzzano, la scuola difende il diritto al futuro
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende rendere omaggio alla memoria di Paolo Rodà, affettuosamente chiamato Paolino, ucciso dalla ’ndrangheta il 2 novembre 2004, a soli tredici anni, nelle campagne di Ferruzzano, in provincia di Reggio Calabria. A ventidue anni da quella tragedia, la sua storia continua a interrogare la coscienza collettiva, ricordandoci che la violenza mafiosa non si limita a sopprimere delle esistenze, ma distrugge affetti, interrompe percorsi di crescita e sottrae ai più giovani la possibilità di immaginare liberamente il proprio futuro.
Paolo era un ragazzo sensibile, riservato e profondamente legato alla famiglia. Aveva perso la madre quando aveva appena tre anni e aveva trovato nelle zie Ernesta e Domenica e nella nonna Caterina presenze affettuose, capaci di accompagnarlo nella crescita e di alleviare, per quanto possibile, il dolore di quell’assenza. Dietro il suo carattere timido si nascondeva un adolescente curioso, appassionato di musica, di calcetto e di bicicletta. Amava suonare l’organetto, sperimentare in cucina e trascorrere il tempo con le persone care. Sognava di diventare medico oppure veterinario e attendeva con entusiasmo il giorno in cui avrebbe potuto guidare un motorino tutto suo. Desideri semplici, nei quali si riconosce l’universo di un ragazzo che stava appena cominciando a scoprire sé stesso e le proprie possibilità.
Il pomeriggio del 2 novembre 2004, Paolo si trovava insieme al padre Pasquale e al fratello maggiore Saverio, allora diciassettenne, su un fuoristrada diretto a un terreno agricolo di famiglia nella zona di Ferruzzano. Dovevano occuparsi degli animali, delle arnie e di alcune attività legate alla proprietà. All’arrivo, un commando armato aprì il fuoco contro il veicolo. Paolo, seduto nella parte posteriore, venne colpito mortalmente. Il padre, nel tentativo di sfuggire all’agguato, fu raggiunto e ucciso, mentre Saverio, rimasto ferito, riuscì a salvarsi. In pochi istanti, una giornata ordinaria si trasformò in una tragedia destinata a segnare profondamente una famiglia e un’intera comunità.
Il duplice omicidio si inserisce nel contesto della cosiddetta faida di Motticella, il sanguinoso conflitto tra gruppi della criminalità organizzata della Locride, alimentato nel corso degli anni da rivalità, interessi illeciti e ritorsioni. In quel sistema di violenza, i legami familiari potevano trasformarsi in elementi di identificazione del nemico, secondo una logica che annullava ogni distinzione tra responsabilità individuali e appartenenze. La morte di Paolo rappresenta una delle espressioni più drammatiche di questa concezione, nella quale persino un bambino poteva essere travolto da contrapposizioni alle quali non aveva scelto di partecipare.
La sua uccisione smentisce inoltre la rappresentazione ingannevole di una criminalità mafiosa regolata da presunti codici d’onore capaci di proteggere i soggetti più vulnerabili. La violenza delle organizzazioni criminali non conosce autentici principi di tutela della persona: quando il potere viene fondato sull’intimidazione e sulla vendetta, nessuna esistenza può considerarsi realmente al sicuro. La storia di Paolino ci ricorda quanto sia importante contrastare anche culturalmente quelle narrazioni che cercano di attribuire dignità e rispettabilità a sistemi costruiti sulla sopraffazione.
Ma la vicenda di Paolo solleva una questione ancora più profonda, che riguarda il rapporto tra criminalità organizzata e libertà delle nuove generazioni. Le mafie non esercitano il proprio controllo soltanto attraverso la violenza diretta. Possono condizionare le relazioni sociali, alimentare aspettative di appartenenza e restringere gli spazi di autodeterminazione individuale. Nei contesti maggiormente esposti a tali pressioni, il rischio è che alcuni adolescenti finiscano per percepire la propria origine, il cognome o l’ambiente familiare come confini invalicabili, anziché come elementi di una storia personale che ciascuno deve poter interpretare e trasformare liberamente.
Per questo motivo, il Coordinamento ritiene necessario affiancare alle tradizionali iniziative di educazione alla legalità percorsi capaci di offrire ai giovani esperienze concrete di autonomia e di esplorazione delle proprie possibilità. La memoria delle vittime innocenti delle mafie non dovrebbe esaurirsi nella commemorazione, ma contribuire a creare condizioni educative che rendano la libertà di scelta un’esperienza reale e accessibile.
In tale prospettiva, il Coordinamento propone l’avvio sperimentale del progetto nazionale “Le porte che non ereditiamo – Laboratori di libertà biografica”, un’iniziativa attraverso la quale gli studenti possano avvicinarsi ad attività, competenze e professioni estranee ai percorsi abitualmente presenti nel proprio ambiente familiare e territoriale. Il progetto prevede la realizzazione di un “Passaporto delle scelte non ereditate”, mediante il quale ogni adolescente possa individuare un interesse mai coltivato e sperimentarlo concretamente grazie alla collaborazione tra scuole, università, laboratori scientifici, istituzioni culturali, associazioni e realtà professionali.
L’elemento qualificante della proposta consiste nel riconoscere agli studenti la possibilità di esplorare nuove esperienze senza dover dimostrare preventivamente particolari capacità, risultati scolastici o disponibilità economiche. Attraverso una rete di scambio tra istituti di territori differenti, ciascuna scuola potrebbe inoltre mettere a disposizione le proprie risorse formative, favorendo incontri tra mondi sociali e culturali che difficilmente entrerebbero in contatto. Non un semplice percorso di orientamento, dunque, ma un’esperienza educativa finalizzata a contrastare l’idea che il futuro di una persona debba essere determinato dalle condizioni nelle quali è nata.
Il progetto potrebbe essere sperimentato inizialmente in una rete volontaria di istituti, con particolare attenzione agli studenti che incontrano maggiori ostacoli nell’accesso alle opportunità culturali e formative. La finalità sarebbe verificare se l’incontro con esperienze nuove contribuisca ad ampliare la percezione delle proprie possibilità, rafforzando la consapevolezza che ogni individuo può sviluppare aspirazioni autonome rispetto alle aspettative dell’ambiente circostante.
La memoria di Paolo Rodà conferisce a questa proposta un significato particolarmente intenso. Paolino sognava di prendersi cura degli animali, amava la musica e desiderava conquistare le piccole autonomie della sua età. Avrebbe potuto cambiare interessi, scoprire talenti inattesi, scegliere una professione diversa da quella immaginata da bambino. La violenza mafiosa gli ha sottratto anche questa libertà: quella di diventare una persona che nessuno avrebbe potuto prevedere.
A ventidue anni dall’agguato di Ferruzzano, il Coordinamento invita le istituzioni scolastiche, gli enti locali e le realtà associative a trasformare il ricordo dei minori vittime delle mafie in un impegno educativo continuativo. Contrastare la criminalità organizzata significa anche impedire che la paura, le disuguaglianze e i condizionamenti restringano gli orizzonti dei più giovani, privandoli della possibilità di costruire un’identità indipendente dalle storie e dalle scelte degli adulti.
Ricordare Paolo significa restituire dignità ai suoi desideri, rispettare il dolore di chi gli ha voluto bene e riconoscere che nessun bambino dovrebbe essere giudicato, condizionato o sacrificato per il cognome che porta. La sua breve esistenza ci consegna una responsabilità che va oltre la commemorazione: costruire una società nella quale ogni adolescente possa sentirsi libero di scegliere la propria strada.
Perché il modo più autentico di onorare la memoria di Paolino non è immaginare quale futuro avrebbe potuto vivere, ma difendere il diritto di ogni ragazzo a un futuro che nessun altro possa decidere al suo posto.

Prof.ssa Giovanna De Lucia Lumeno – CNDDU
