Cristiano Fantò: “Il femminicidio esiste”

Cristiano Fantò: “Il femminicidio esiste”

Roberto Vannacci, ormai in preda a un delirio propagandistico scandito da continue provocazioni ma privo di soluzioni, ha dichiarato: “Il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri. Un reato non è più o meno grave in base al sesso di chi lo commette o lo subisce”.
Il mio primo istinto sarebbe quello di non concedere troppo spazio a dichiarazioni costruite più per alimentare polemiche che per contribuire in modo costruttivo al dibattito pubblico. Tuttavia, proprio perché resto convinto che il modo migliore per disinnescare uno slogan sia smontarlo nel merito, ritengo utile fare alcune considerazioni. Asserire che il femminicidio “non esiste” in quanto si tratterebbe di una semplice declinazione dell’omicidio, significa confondere due piani ben distinti: il fatto materiale e il suo significato sociale, culturale e criminologico.

In linea generale, quando una persona viene uccisa siamo di fronte a un omicidio. Ma il diritto e le istituzioni hanno il dovere di indagarne il movente, il contesto e le dinamiche di potere soggiacenti. Non a caso distinguiamo l’omicidio di stampo mafioso da quello comune, l’attentato terroristico dall’omicidio a scopo di rapina, l’omicidio stradale da quello volontario, e così via. Non lo facciamo perché alcune vite valgano più di altre, ma perché diverse sono le cause, le modalità, l’allarme sociale suscitato e gli strumenti di prevenzione da adottare.

Il medesimo principio si applica al femminicidio. Riconoscerlo non significa ritenere che l’uccisione di un uomo sia meno grave, né sostenere che ogni donna uccisa sia automaticamente vittima di femminicidio. Significa piuttosto prendere atto dell’esistenza di una una particolare forma di omicidio in cui una donna viene uccisa in quanto donna, ossia perché l’autore del delitto non ne accetta la libertà, l’autonomia, il rifiuto, l’indipendenza, la volontà di sottrarsi a un rapporto di dominio.
Il punto, quindi, non è il genere della vittima, bensì la dinamica relazionale e culturale sottesa al gesto.
Questa distinzione è ormai pienamente recepita anche sul piano internazionale. Le Nazioni Unite parlano di “gender-related killings of women and girls”, ovvero omicidi di donne e ragazze basati sul genere, e hanno elaborato un quadro statistico per misurarli, identificando variabili come la relazione tra vittima e autore, il movente e il contesto del delitto.

Nel 2024, secondo Istat, in Italia le donne uccise dal partner o dall’ex partner sono state 62; un tasso drammaticamente superiore rispetto a quello maschile a parità di contesto relazionale. Inoltre, è stato stimato che, sempre nel 2024, su 116 omicidi con vittima donna, ben 106 risultassero riconducibili alla matrice del femminicidio. Fortunatamente, oggi questa tematica ha assunto riconoscimento giuridico anche nel nostro Paese: la legge n. 181 del 2 dicembre 2025 ha introdotto nel codice penale l’art. 577-bis, rubricato appunto “Femminicidio”, configurandolo come fattispecie autonoma rispetto all’omicidio qualora la morte della donna sia riconducibile a odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso, dominio o alla volontà di reprimere i suoi diritti e le sue libertà.

Per tutte queste ragioni, la frase “esiste solo l’omicidio” è solo apparentemente imparziale ed egualitaria: in realtà cela il tentativo di costruire una narrazione semplificata e mistificata, al fine di rimuovere una parte essenziale del problema. La parità non consiste nel fingere che tutti gli omicidi abbiano la stessa matrice, bensì nel leggere la realtà per quella che è, soprattutto quando evidenzia rapporti di forza, stereotipi e violenze che colpiscono una parte della popolazione in modo sistemico e mirato.
“Femminicidio”, dunque, non è un termine ideologico, ma una necessità linguistica e concettuale. Serve a nominare una violenza che presenta caratteristiche specifiche. Serve a comprendere che spesso l’uccisione rappresenta solo l’epilogo di un’escalation fatta di minacce, stalking, isolamento, violenza psicologica, economica o fisica. Serve soprattutto a prevenire: perché ciò che non si nomina non si riconosce, e ciò che non si riconosce difficilmente può essere fermato.

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