La vigliaccheria del forte con i deboli, debole davanti ai forti

La vigliaccheria del forte con i deboli, debole davanti ai forti

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«Salvini è stato eletto in Calabria, durante un suo comizio a Rosarno tra le prime file c’erano uomini della famiglie Pesce, storica famiglia della ‘ndrangheta affiliati alla famiglia Bellocco, potentissima organizzazione di narcotrafficanti. Non ha detto niente, da codardo non ha detto niente contro la ‘Ndrangheta. Ha detto che Rosarno è conosciuta nel mondo per la baraccopoli e che quello è il suo problema, un feudo ‘ndranghetista da decenni. Questo è Matteo Salvini»: non poteva dirlo meglio ieri Roberto Saviano, dove sia tutta la vigliaccheria del peggior ministro degli Interni mai avuto in Italia, che ancora una volta monopolizza il dibattito pubblico coagulando le diverse fazioni e spargendo bile, questa volta sulla scorta di Saviano.

Matteo Salvini è una “truffa politica”, mediaticamente “un pacchista”, uno di quelli che nel piazzale dell’autogrill ti convince di poter avere qualche sfizio costoso a un prezzo inimmaginabile, pronto poi a svignarsela nel tempo in cui ci si accorge di avere acquistato un mattone al posto di un’autoradio.

Come tutti gli “uomini senza qualità” ha bisogno di un nemico per esistere poiché la sua idea è il niente. Solo che, come si conviene agli spargibile di quart’ordine, non ha nemmeno il polso per prendersela con i cattivi che contano quindi si ostina a proiettare come fonte di tutti i mali gli ultimi del mondo: lascia in mare aperto donne e bambini e non ha trovato un secondo per dire qualcosa sull’italianissimo Paolo Di Donato che ieri con altri 4 è stato arrestato a Benevento con l’accusa di truffa ai danni danni dello Stato, falso e corruzione per essersi arricchito sulla pelle dei migranti.

Non ha le palle di dirci qualcosa sul vecchio amico Roberto Formigoni (che la Lega ha servito strisciando per anni) a cui ieri sono stati sequestrati 5 milioni di euro per la corruzione che stava dietro la gestione dei rinomati ospedali Maugeri e San Raffaele. Non ha avuto la decenza di discutere in Europa (dove per anni è stato profumatamente pagato per oziare nella sua perenne campagna elettorale via social) il trattato di Dublino che ora contesta. Non gli scappa un solo cenno di dissenso per i ricchi del mondo che continuano ad arricchirsi sulle spalle di un mondo in rovina. Non ha nemmeno un briciolo di coraggio per scrivere un tweet su quanto sia immensamente grande (rispetto a quello di cui si occupa tutto il giorno tutti i giorni) il mercato delle mafie e della corruzione.

Salvini non parla di mafiosi, corrotti e corruttori perché ne è piena la storia del suo partito, dei suoi predecessori, dei suoi alleati nei comuni e nelle regioni e di alcuni suoi attuali sostenitori. Salvini scarica Giulio Regeni perché se la fa sotto se Al Sisi fa la voce grossa. Salvini imita Trump e quello, per rendere chiaro quanto non se lo fili nemmeno di striscio, riesce addirittura a fare i complimenti all’invisibile premier Conte. Salvini dichiara di avere l’onore di incontrare papa Francesco e quello lo smentisce. Salvini l’altro ieri ha applaudito i carabinieri che a Lamezia hanno arrestato 5 rom ma non li ha applauditi (disdetta, erano sempre loro) quando confiscarono i beni alla moglie del suo deputato Furgiuele per reati di mafia.

Tutto così: uno strabico per viltà che non centra mai l’obiettivo grosso e che confida sul fatto che le piccole disperazioni bastino per sembrare un rivoluzionario. E invece sotto il rumore delle sue sparate cova il silenzio si cattivi che contano. E se ne accorgeranno tutti, prima o poi. Anche quelli che oggi, suoi alleati, sperano che qui fuori ci si dimentichi che il silenzio è complice.
Buon venerdì.

Giulio Cavalli

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