L’importanza del lavoro

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
Articolo 1 comma 1 della nostra Costituzione.
Quanto sono straordinarie queste parole: il concetto di democrazia e quello di lavoro vengono accostati, quasi a voler risultare l’uno complementare all’altro.
Ho spesso provato ad immaginarli, i padri costituenti, di diversa provenienza politica, nel momento in cui si sono trovati a dover decidere su una questione importante e complessa:
Su cosa si dovrà fondare la Repubblica italiana? Quale dovrà essere il pilastro imprescindibile della società e del vivere civile nel nostro Paese?
Ed inizialmente, avevo a mia volta una domanda: Perché si è scelto di fondare l’Italia sul lavoro anziché, per esempio, sulla libertà? O sulla dignità dell’uomo? O sull’uguaglianza? O sulla giustizia?
A ben vedere, però, la risposta è molto più lineare e semplice di quanto non si possa pensare.
Se effettivamente garantito ed equamente retribuito, il lavoro è infatti l’unico strumento capace di assicurare contemporaneamente libertà, dignità, uguaglianza e giustizia. Solo lavorando ciascun individuo può dare il proprio concreto contributo allo sviluppo ed al miglioramento della società a cui appartiene, sentendosene parte integrante.
Lo avevano capito i padri della Costutuzione. L’articolo 4 infatti recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Lavoro inteso quindi come diritto da garantire e dovere da adempiere, liberi di esprimersi secondo le proprie capacità e di determinare il proprio futuro.
Lavoro che, ovviamente, non può prescindere da una retribuzione equa e proporzionata, ed anche questo è previsto dalla Costituzione, all’articolo 36.
Quanto è bella la nostra Costituzione. O quanto lo sarebbe, se venisse realmente osservata e rispettata.
A leggerli oggi, questi articoli scritti più di sessanta anni fa appaiono ancora, forse più che mai, una irrealizzabile utopia.
La crisi che imperversa oggi in Italia è, soprattutto, la crisi del lavoro.
Il lavoro che manca, è mal retribuito, precario o reso tale da forme contrattuali che non offrono garanzie di stabilità al lavoratore.
La precarietà crea inevitabilmente disagio sociale, impedisce la piena realizzazione e la gratificazione dell’individuo, la progettualità ed il futuro, generando insicurezza e persino maggiore ostilità verso l’altro, perché quando si teme di avere poco è più difficile condividere e ci si sente più facilmente minacciati.
La recessione economica è stata globale, certo, ma è da molto tempo che in Italia non si adottano misure e strategie idonee a favorire un corretto funzionamento del mondo del lavoro.
In tal senso la nuova riforma, il Jobs Act, non è molto confortante in quanto, anziché tutelare il lavoratore quale parte debole, conferisce al datore di lavoro grande discrezionalità in materia di licenziamento, svilendo quello che era il senso dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e proponendosi di risolvere il problema del lavoro precario o assente rendendolo ancora più precario e difficile da tutelare.
La strada è lunga e venir fuori da questa situazione non è semplice, ma per tornare ad essere un Paese veramente civile l’Italia deve restituire effettiva centralità al lavoro.
È l’unica strada per la libertà, la dignità, l’uguaglianza e la giustizia.
E, a pensarci bene, il punto di partenza è già scritto:
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”
Articolo 1 comma 1, della Costituzione.