L’economia sommersa calabrese

L’economia sommersa calabrese

Riceviamo da Cecilia Piscioneri e pubblichiamo:

11709431_615082931928132_7883088380910603245_n

Trattare di argomenti che si riferiscono al lavoro ormai sommerso, non è un revival, non è un vivere nei ricordi del passato, una dietrologia, ma un comunicare quello che c’è stato un tempo: una produzione naturale che oggi si vorrebbe imitare e purtroppo non è possibile per tanti fattori tra cui il clima che in fondo abbiamo contribuito tutti a cambiare.
Una delle tante economie sommerse sono le fibre tessili.
Ogni pezzo di stoffa che noi adottiamo per qualsiasi uso deriva dalle fibre tessili
In tempi odierni si fa molto uso di fibre chimiche che hanno invaso i mercati di tutto il mondo. Il valore delle fibre è in base alla sostanza usata, possono avere un valore elevato o quello basso.
Al valore delle stoffe corrisponde il costo dei manufatti.
Nei paesi calabresi la produzione delle fibre era molto elevato e si differenziava secondo il clima.
Le fibre si ricavavano o dagli animali o dalla coltivazione delle piante o da quelle che crescevano spontanee.
Nei paesi montani, un tempo, la pastorizia era una delle attività piu diffuse e produttive, l’allevamento degli ovini era ad alto livello.
Si praticava la transumanza e nel periodo di fine primavera, le pecore ricondotte nelle zone di origine dalla marina, pascolavano nei campi e brucavano la tenera erba montana. A maggio erano sottoposte a tosatura. Il tosatore si recava di paese in paese con le sue ” forfiche” cesoie e cambiava aspetto alle mansuete bestie, le lasciava nude del loro abito, vi rimanevano per poco, il pelo ricresceva.
Le pecore erano divise in due categorie, quelle comuni che davano una lana dozzinale e quelle di razza da cui si otteneva la lana pregiata.
I bioccoli dopo la tosatura erano trattati dalle donne, il lavoro più estenuante era affar loro.
I bioccoli di lana erano lavati con acqua calda, poi erano sciacquati e risciacquati in quella fredda. Completata l’operazione di sciacquatura erano messi ad asciugare sui graticci di canne coperte da un lenzuolo generalmente di ginestra o di cotone.
Dopo l’asciugatura la lana si cardava e si filava. Dal fuso il filo si avvolgeva al “matassaru” naspo. Le matasse si tingevano in tempo di guerra con le cortecce di alcuni alberi o con il mallo di noce. I due elementi erano bolliti fin quando l’acqua non si colorava ma con l’avvento delle polveri colorate, non si usarono più i metodi naturali. Le matasse erano immerse nell’acqua colorata, si lasciavano a mollo fino a quando non prendevano colore.
Le matasse si toglievano dal recipiente e s’infilavano in una canna e si appendevano all’ombra. Dopo l’asciugatura si raccoglievano a gomitolo con l’arcolaio “NIMULU”, si confezionavano: maglie, calze, cappelli con i ferri, coperte con il telaio.

Seguiranno altri articoli su questo argomento per informare che in Calabria esistevano tante attività lavorative. Si comunica per informare e per non dimenticare.

Cecilia Piscioneri