L’orrendo delitto di contrada Santa Domenica

L’orrendo delitto di contrada Santa Domenica

Oggi in contrada Santa Domenica lo sguardo e la mente di folle di pellegrini forestieri sono rivolti al cielo, ma una volta lo spirito dei suoi pochi abitanti vagava dannato tra gli affanni tutti terreni. In quegli anni il regime del tragico ventennio fascista aveva abolito la libertà, ricacciando nella clandestinità il pensiero e le azioni di molti uomini e donne che furono perseguitati, carcerati, esiliati e assassinati. Nel nostro lembo di terra, come altrove, la luna si levava dal mare balenante da oriente nello stesso istante in cui il sole scendeva lentamente a occidente, accendendo il profilo ondivago dei colli e delle montagne. Una magia che accade unicamente nel mese di agosto quando il cielo è un buco di luce purissima, scrosciante e intramontabile. Tutto l’universo appare più vicino e invadente. Il solleone si avvicenda alla sfera ingrandita della luna raggiante e le stelle cadenti dalle distanze siderali del firmamento giungono a noi per rapirci in una sola notte nelle inquietudini dei mondi ignoti e misteriosi, ai confini dell’infinito dove il principio è un arcano inviolabile.
L’afa avvolgeva con le matasse vischiose della nevrosi, l’aria era liquida e stagnante, un fascio di luce che piegava sotto il suo peso i vapori del sudore dei corpi disfatti. Sui crinali e per i versanti delle colline, il riverbero del calore confondeva i campi di maggese con le distese delle stoppie della mietitura da poco conclusa. Le strame riarse coprivano i sentieri e i viottoli e le orme dei buoi che, solenni come animali preistorici legati al giogo perenne, calpestarono pazienti le aie dei poggi col moto circolare della trebbiatura. Le ultime spigolatrici, dimesse, contendevano i chicchi di grano ai passerotti non più intimoriti dagli spauracchi messi a guardia delle spighe ondeggianti nel mare dorato. Le parche messe, ormai, brillavano nei bui magazzini come spose fiorenti e sovrane, nascoste dalla coltre della gelosia. In quelle segrete ara racchiuso il pane della vita che segnava implacabile il destino degli uomini. I pastori attendevano il sacro fuoco delle stoppie sognando dalle alture le prime piogge e lo spuntare dei verdi pascoli degli armenti e delle greggi che sarebbero tornati a riempire le valli con i lattanti attaccati alle mammelle. Al canto incessante delle cicale gonfiavano i frutti oleosi sui rami degli olivi contorti a cui rispondevano: i fichi lattiginosi e addensati come esuberanti gocce d’acqua corpose e zuccherine, gli acini ancora acerbi accatastati sulle viti e il rosso dei pomodori nella frescura degli orti gracidanti con i cocomeri e le zucche coricati sui solchi con le pance piene. I nidi erano già vuoti come le culle dei bimbi. Tutto volteggiava nell’aria libera e all’ombra ventilata delle foglie degli alberi e trai i fili d’erba secca e sonora al salto dei grilli e tra le fratte irte di spine. Le volpi, i topi, i ricci, le lucertole e le serpi fiutavano ansanti nei fossi l’umido dei rigagnoli d’acqua sotterra. Uomini e donne, e le cavalcature trafelati dal duro lavoro dei campi cercavano ristoro alle schiene e alle groppe ricurve. Si levavano gli orci di creta panciuti, e ricolmi zampillavano nella gola arsa per placare la sete come i rivoli delle fiumare che non correvano più al mare, ma, distolti dal loro letto, dissetavano gli orti e gli agrumeti rigogliosi e sognanti le fredde notti d’inverno. Il grano, l’olivo e la vite, le antiche colture e la cultura del mite Mediterraneo richiamavano i fasti della civiltà perduta ad un presente avvilente.
L’animosità del paese come quella delle campagne era scandita dai chiarori e dai suoni felpati del mattino e della sera. Prima dell’alba s’udivano i passi sul selciato delle famiglie coi loro marmocchi e le cavalcature, indissolubili nel patto eterno con l’uomo e la terra. Dalle quattro porte si usciva per disperdersi nel dedalo dei sentieri dei campi. Nel paese, quasi deserto, l’orologio della Matrice rintoccava le ore del giorno per i pigri signori dei palazzi dai grandi portali di granito, e a essi s’attorniavano a grappoli le povere case dai tetti rossi in un abbraccio maledicente e di supplichevole speranza. Nelle loro stanze il comando del nuovo potere opprimente riecheggiava come negli spazi cupi delle chiese alte e solenni. Nei loro magazzini erano rinchiusi tutta la ricchezza e gli affanni del paese. Il brulichio della sera somigliava ai dì della festa. I pianerottoli delle case, le cantine, le aie dei casolari risuonavano delle voci grevi e dei sospiri degli adulti radunati attorno al vino della consolazione. Giungevano squillanti le grida argentine dei ragazzi che si rincorrevano scalzi e laceri per i vicoli e gli spiazzi al lume della luna. Gli innamorati suonavano la serenata alle innamorate nascoste nella penombra, si accendevano le gote di un casto rossore pallido, e si appuntavano gli occhi e le orecchie alle finestre infiorate, e i cuori battevano forte nel petto come il telaio delle massaie, e i sogni ruotavano senza fine come il fuso e l’arcolaio delle vecchie instancabili, e i vecchi schernivano il tempo tra ricordi vivi e sbiaditi, e le spose tubavano nelle stanze segrete come placide colombe, mentre gli asini e i muli fiatavano pesante nelle stalle e si taceva il grugnito dei maiali nei porcili. Erano belle le notti d’estate, i popolani si cercavano e si ritrovavano nella semplicità di un solo corpo dimesso, nei gesti della consuetudine, anche se la vita era assai dura.

santa domenica
Tutto pareva svolgersi in un moto monotono, scontato, ripetitivo nell’attesa dell’agognata pioggia scrosciante della luna nuova di ferragosto, della vendemmia, della molitura delle olive nei trappeti, dell’aratura dei campi di maggese e della semina del grano, della raccolta delle arance. L’autunno e poi l’inverno sarebbero presto tornati con i cieli tersi e plumbei e il gocciolio della rugiada notturna che tutto imperlava. Ma in un casolare, sull’altura della sponda dell’Allaro, in contrada Santa Domenica, precipitavano gli eventi di una follia perniciosa e diffusa. Ntoni trafficava con la botte del vino nell’ombra di una grotta scavata nel tufo. Alzava il gomito e incalzava l’ira per la malasorte. Era un omone rude e forzuto, possedeva un fazzoletto di terra, un casolare e un paio di braccia che riducevano la dura terra in zolle sfarinate sotto i possenti colpi della sua zappa. In quelle braccia era tutto l’uomo, la sua esistenza, e le vendeva ai contadini e ai ricchi signori quando le richiedevano.
Tanti anni fa, Ntoni non resse più la solitudine, sentì il bisogno di una compagna che accudisse sé stesso, il suo casolare, la sua aia. Si sa che la miseria può concedere la giovinezza e la bellezza, ma uccide i sogni e la speranza. E così Cecilia non osava sognare l’amore, ma un desco sobriamente imbandito e quotidiano, un letto di strame di granturco, le lenzuola di ginestra e le tegole rosse sopra la testa. Voleva uscire dal covile della sua esistenza, perciò decise di sposare Ntoni e la sua vita divenne un inferno. Fece due figli senza ricevere mai una carezza, un sentimento pietoso per la sua anima remissiva. Era divenuta una bestia da soma ai comandi del suo padrone impietrito, insensibile, esigente, assillante, violento.
Il podere era un angolo di natura incantevole, come se l’ispirazione di un pittore sapiente avesse voluto raffigurare un piccolo paradiso terrestre con i grandi olivi secolari che simboleggiavano la pace e la prosperità vane, le piante filiformi dell’orto, il casolare immerso sotto gli ombrelli alti e ampi dei pini. Dietro il casolare verdeggiavano le schiere spinose dei fichidindia e, di fronte, l’aia era ombreggiata dalle piante dei fichi gialli e neri, dai gelsi e dai ciliegi. Nessuno avrebbe potuto immaginare che in quel giardino dell’Eden, come era tutta la valle, s’annidava il tormento della carne e della mente. Sotto i colpi del vino in quell’uomo solitario, isolato, saliva la misantropia come l’alta marea che invadeva tutto e tutti. Minacciava, dissipava le sue povere cose, distruggeva, voleva vendere il casolare e il podere per buttare sul lastrico la famiglia che odiava. Un pomeriggio, barcollante e fuori di sé, prese il fucile da caccia e si mise a sparare a destra e a manca, intramezzando ai colpi i bicchieri di vino fino a sera. La moglie e il figlio, la figlia e il di lei marito si nascosero terrorizzati dietro le fratte, pronti a sfuggire alla rosa delle palline di piombo infuocato, solo due galline improvvide comparvero sull’aia e furono uccise. Quando raggiunse lo sfinimento si buttò su un saccone di strame e ben presto sprofondò nel sonno agitato dalle allucinazioni.
Durante il periodo della maturazione e della essiccazione dei fichi, Ntoni era solito fare la guardia, dormendo di notte all’aria aperta sotto una pianta di gelso. I fichi erano frutti preziosi, assai ambiti, e quanto fossero essenziali come la provvidenza di Dio lo sapevano soprattutto le tante famiglie numerose, le persone anziane e i ragazzi. Con una manciata di fichi secchi e un pezzo di pane duro si placavano i morsi della fame per un’intera giornata e i più poveri che non li avevano, e coloro che non ne avevano abbastanza si arrischiavano impavidi a rubarli. In tempi non tanto remoti sostituivano la misera paga di una giornata di lavoro dall’alba al tramonto. Per questo una filza di fichi secchi veniva custodita come l’oro delle nozze.
Sorse il nuovo giorno con le grida di dolore che salivano alte nell’alba arrossata e giungevano come un eco inquietante sino a fondovalle. Un senso di sgomento svegliò dal torpore della notte luminosa i pochi casolari sparsi della contrada come se fossero minacciati da una imminente, ignota sventura. Ntoni era morto, giaceva irrigidito, ancora furente sul saccone inzuppato di sangue con la testa spaccata in due come un cocomero rosso, e dalla posizione del corpo si indovinava un accenno di reazione stroncata sul nascere. Nuvole di mosche insistenti calcavano la scena come se volessero scoprire l’autore del massacro esecrante, I carabinieri, giunti dopo un paio d’ore, indicarono in una pesante ascia l’arma del delitto. Ma bisognava trovarla, il suo possessore era di certo il crudele assassino..
Cecilia e la figlia piangevano, urlavano, si strappavano i capelli lasciandoli cadere sul povero cadavere come le prefiche e gli uomini e le donne del vicinato, accorsi, le consolavano con parole di rassegnazione e di affidamento alla giustizia divina. La notte avevano dormito nello stesso letto, ma non avevano sentito, non avevano visto. Il figlio era partito col buio alla volta di Focà ignaro della tragedia che aveva colpito la sua casa e sarebbe tornato verso mezzogiorno, seguendo l’argine della fiumara tra i pioppi e gli oleandri, ma il genero più arguto indicò la pista da seguire. Ntoni litigava spesso con i fratelli Chiera per l’uso dell’acqua d’irrigazione e per quelle piante di melograno che stavano entro i confini di un podere e lasciavano cadere parte dei frutti nell’altro. Erano scontrosi, violenti per un nonnulla e certamente la motivazione della vendetta era ampiamente giustificata. Cercarono nel casolare dei Chiera e non fu difficile trovare delle asce. Una aveva il taglio arrossato come ripulita dal sangue. Il maresciallo dei carabinieri, soddisfatto, pensò di aver risolto il caso e fece arrestare i due fratelli che si dichiararono innocenti e giustificarono il rossore dell’ascia con il taglio di mattoni eseguito il giorno prima.
Il vice Pretore, giunto più tardi, non fu affatto convinto da quelle conclusioni. Nel casolare dei Chiera c’era una bimba morente per una grave infezione. Il tifo in estate e le polmoniti in inverno erano le piaghe dell’infanzia, rivelavano come l’anello più debole di quella società rurale vivesse in condizioni malsane, malnutrito, malvestito, malcurato. La mortalità infantile era alta e ancor più alta era la natalità. Ogni nascita rappresentava una fiera opposizione alla miseria, alle malattie, alle epidemie, all’emigrazione, alle guerre per far sopravvivere, tramandare nel tempo una comunità millenaria che si radicava in un vasto territorio, esteso dal mare alle montagne e denso d’azzurro. Il vice Pretore, constatando il pallore, gli occhi appannati e il fiato flebile, quasi impercettibile, rimase impietosito dell’agonia febbricitante della bimba. Un padre afflitto dal dolore per l’imminente perdita della figlia non poteva nutrire sentimenti di odio e di vendetta, non in quel momento di tragedia. Costrinse i carabinieri a cercare ancora con più impegno e attenzione: ogni angolo del casolare di Ntoni doveva essere nuovamente passato a setaccio e, alla fine, sotto le strame del fienile rinvennero un’ascia arrugginita conficcata nel terreno argilloso. Appariva non usata da molto tempo, nessuna traccia apparente di sangue, ma il vice Pretore si accorse che il cuneo nell’asola era leggermente smosso. Tolse il cuneo, smontò il manico e all’interno dell’asola comparve una lacrima di sangue raggrumata. Era la prova che cercava. In quel momento sopraggiunse il figlio di Ntoni e lo accusò risoluto dell’omicidio del padre. Tutti rimasero attoniti, senza parole, senza fiato, con il sangue raggelato per essere stati scoperti. Poi, l’accusato si scosse come un cane uscito dall’acqua. Avrebbe potuto parlare del padre, dei suoi comportamenti, delle sue minacce, delle sue violenze incessanti. Avrebbe potuto dire di aver dovuto difendere la madre, la sorella, sé stesso da quell’uomo brutale, giunto oltre l’apice della follia. E, invece, si giustificò dicendo: “ha ucciso le mie galline! avrei dovuto venderle al mercato, le mie galline”.
Un parricidio per due galline! E’ accaduto, può accadere ancora quando i figli sono peggiori dei padri.

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