15 anni fa a Genova contestavamo l’Impero

15 anni fa a Genova contestavamo l’Impero

di Luca Casarini

genova 2001

Oggi sono 15 anni. Iniziavano allora, proprio il 19 di Luglio, le mobilitazioni di Genova, in occasione del vertice del G8 che aveva sequestrato militarmente quella città, per trasformarla nel palcoscenico sfavillante della globalizzazione liberista e del suo autonominato governo mondiale. Gli otto più potenti, così dicevano, che mettevano in scena la vittoria del pensiero unico sulla vita e i destini di un’intero pianeta e di tutti i suoi abitanti. Il movimento che vi si opponeva era potente. Universale. Da Seattle, due anni prima, era stato capace di coinvolgere milioni di persone in ogni angolo del mondo che contestavano, pubblicamente e sfidando ogni divieto, l’idea di mondo che i potenti volevano imporre. Milioni di persone in marcia nelle strade delle grandi capitali mondiali ed europee, e nei sentieri più impervi delle foreste dell’America Latina. Quel movimento, attraverso nuove pratiche e nuovi linguaggi, era riuscito a parlare alle opinioni pubbliche manipolate dell’intero pianeta: aveva un’enorme consenso, e per questo ai potenti faceva paura. A Genova decisero allora di stroncarlo nel sangue. Gli apparati dello Stato italiano, tutti i corpi di polizia, i carabinieri con le loro unità speciali, scatenarono una violenza senza precedenti nei confronti di chi manifestava. Uccisero un ragazzo di 23 anni, Carlo Giuliani. Seviziarono e torturarono centinaia di persone prese prigioniere. Massacrarono nelle strade e nelle piazze migliaia di cittadini, davanti a telecamere e giornalisti. Uccisero le ragioni di quel movimento, occupando la scena con la guerra, con il terrore, con la paura. Ancora oggi, dopo 15 anni, la guerra, il terrore e la paura occupano la scena. Sono diventati i guardiani delle nostre società, e impediscono che quelle ragioni possano rialzarsi, ritornare a marciare, a cambiare l’opinione delle persone di nuovo soggiogata dall’immaginario del pensiero unico, a trasformare la resistenza alle ingiustizie in un processo costituente di una rinnovata democrazia.
Genova è memoria, ma non solo quella storica. E’ anche racconto, personale e collettivo, di un pezzo di vita che ha cambiato tutto il resto, quello che c’era prima e quello che è venuto dopo. Io partecipai a quello straordinario movimento con le mie compagne e i miei compagni delle Tute Bianche. Quella che segue è la memoria che lessi alla Commissione conoscitiva sui fatti di Genova, istituita dal Parlamento, e dove venni chiamato. E’ uno scritto collettivo, ma materialmente la buttammo giù la notte prima di quella audizione, alcuni compagni ed io. C’erano i Wu Ming, alcuni compagni e compagne di Roma, Federico Martelloni di Bologna, e altri. Ma il contributo maggiore a questa scrittura lo diede Marco Beltrame, un compagno di Imperia che purtroppo non c’è più, portato via da un brutto male. Lo ricordo attorno a quel tavolo a ragionare, a trovare le parole giuste, a controbattere con l’intelligenza di sempre. La memoria è anche questo, un pensiero ad un fratello che ha speso tutta la sua vita in modo gentile, umano, coraggioso per tentare di cambiare il mondo. A Marco. A Carlo.

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RELAZIONE DELLE TUTE BIANCHE
DI FRONTE ALLA COMMISSIONE CONOSCITIVA SUI FATTI DI GENOVA
La relazione che mi appresto a leggere e a consegnarvi è frutto di una elaborazione collettiva svolta all’interno del movimento delle tute bianche.
E’ un contributo parziale ma importante alla ricostruzione degli eventi di Genova, al loro svolgersi concreto e al clima politico in cui sono potuti accadere.
Prima di ogni ragionamento alcune precisazioni:
Luca Casarini è uno dei portavoce delle Tute Bianche., non il “leader” o il “capo”. Le Tute Bianche sono da intendersi come una aggregazione sociale e politica aperta, orizzontale, che si organizza sulla forma di rete e non di partito. Per questo non ha leader, ma portavoce che svolgono le funzioni di comunicazione, divulgazione e dichiarazione a nome di assemblee che decidono.
Le Tute bianche si riconoscono pienamente nel GSF e nel suo portavoce unico Vittorio Agnoletto;
Luca Casarini è membro, come uno dei portavoce delle Tute Bianche, del consiglio dei portavoce del GSF;
Luca Casarini e le tute bianche si riconoscono pienamente nella relazione unitaria presentata dal GSF a questa commissione ed hanno contribuito alla sua stesura.
Questa memoria verterà in particolare sui fatti che a cui io personalmente e le tute bianche in generale hanno assistito e cercherà di fornire ai membri della commissione quanti più elementi conoscitivi possibile, anche di contesto, su quanto accaduto.
Cercare di fare piena luce su Genova, su come sono andate le cose e sul significato da attribuire a ciò che abbiamo tutti vissuto, è un compito e una responsabilità, personale e collettiva, che crediamo sia di interesse generale per tutta la società civile e per chiunque abbia a cuore la democrazia e la sua difesa in questo paese.
La discussione su Genova, sull’appuntamento del G8 è iniziata dentro le Tute Bianche molti mesi prima del luglio 2001. Ha coinvolto in maniera aperta e pubblica migliaia di giovani e non in centri sociali, scuole, università, luoghi di lavoro, associazioni. Non vi sono e non vi sono stati “livelli occulti” di discussione sul cosa fare a Genova: il 90 per cento della discussione ha riguardato il perché andare a Genova, il perché opporsi al G8 e a ciò che rappresentava, il perché nel mondo esiste un movimento che da Seattle in poi mette radicalmente in discussione la globalizzazione neoliberista e le sue strutture, dal WTO alla Nato, dal G8 al FMI. Non vi sono e non vi sono stati mai “secondi fini” nascosti, tipo la caduta del Governo Berlusconi attraverso la mobilitazione di piazza, dietro alla mobilitazione di Genova. Certo, sia io che le t.b. siamo oppositori politici del Governo Berlusconi e dei progetti neoliberisti e di svolta autoritaria e liberticida che siamo profondamente convinti esso rappresenti. Ma mai e poi mai abbiamo ridotto l’appuntamento di Genova a una semplice, per così dire, questione nazionale. Siamo stati – e io personalmente in particolare – a Seattle, a Praga, a Nizza, a Quebec City e ovunque questo movimento si sia espresso. Anche se al governo ci fosse stato l’Ulivo, avremo fatto ogni sforzo per portare a Genova più gente possibile e per opporci al G8. E’ certo che l’ascesa al governo della destra ci ha molto preoccupati. Chi ci ha sempre, anche dall’opposizione, combattuto con tutti i mezzi e definiti più volte un’accozzaglia di delinquenti o terroristi, non gode della nostra fiducia quando ha in mano gli apparati dello stato, come la polizia, i servizi, i carabinieri. Credo che sia comprensibile. Chi ha fatto del “pugno di ferro” contro i centri sociali uno dei punti forti del suo programma in campagna elettorale, non può che destare preoccupazione in noi quando gestisce direttamente anche il “monopolio dell’uso della forza”. Sul piano politico l’intera maggioranza, i suoi propositi e programmi politici, ci sono apparsi ancora più direttamente legati al sistema di sviluppo e governo globale che contestiamo in tutto il mondo. Quindi queste valutazioni di certo ci sono state e ci sono, ma non abbiamo mai pensato che l’obiettivo potesse essere quello di “usare” il G8 per far cadere Berlusconi. La posta, francamente, ci sembra molto più alta e la partita molto più complessa.
Investe le ragioni di un’esistenza basata sul modello neoliberista globale, le scelte politiche e sociali che si fanno su scala planetaria e non si risolve certo con la caduta di una maggioranza e l’avvento di un’altra.
Anche perché questo movimento nasce a Seattle con l’era Clinton e si oppone fermamente anche ai progetti neoliberisti del New Labour di Tony Blair, che pure non sono inseriti nel centrodestra. Quindi certo che la situazione ci ha preoccupato molto con l’avvento di Berlusconi, Bossi e Fini al governo, ma lo scopo della mobilitazione di Genova non era certo semplicemente opporsi al Governo italiano. Opporsi al Governo mondiale, quello del G8, ci sembrava e ci sembra enormemente più difficile ma anche necessario ed
importante. In riferimento ad intercettazioni che qualcuno, non sappiamo chi e non sappiamo come, avrebbe fatto su mie conversazioni o di altri di noi al telefono sul proposito di far “cadere” Berlusconi o ammenità simili, quanto sopra valga come risposta. Sul capitolo intercettazioni,
rivelazioni, dossier e attività di spionaggio e controllo segreto vario, tornerò più avanti, poiché essa appare come un fatto assodato e che costituisce nella vicenda di Genova un aspetto a dir poco inquietante.
La dichiarazione di guerra
Scegliamo di partire dalla nostra ” Dichiarazione di guerra ai potenti dell’ingiustizia e della miseria “, pronunciata a Palazzo Ducale il 26 maggio 2001, oggetto di tante attenzioni. La “Dichiarazione”, che qui alleghiamo, usava un linguaggio allegorico e fu letta nel corso di un vero e proprio rituale che ne rafforzava il carattere simbolico. Con essa si esprimeva la ferma opposizione e contrarietà – ribadita dall’intero GSF – alle politiche neo-liberiste del G8. Come è noto, le riunioni degli Otto Grandi non si fondano su alcuna normativa o trattato internazionale, si tratta di un “organo” “informale” che impone e dispone scelte di politica economica scavalcando gli spazi del confronto e della mediazione.
La guerra è un’allegoria nefasta, ma tali politiche sono nefaste, fomentano la guerra, e lo fanno fuor di metafora.
La nostra figura retorica era anche atta a evocare il processo di militarizzazione della città di Genova: è del giorno 25/05 la notizia che a Genova sarebbero stati impiegati a difesa del vertice corpi militari. In quei giorni lo stesso generale Angioni, ex-comandante del contingente di pace in Libano, sottolineava la sproporzione delle misure di sicurezza: “A Genova verranno impiegati 2700 militari, io in Libano ne avevo 2300”.
Entrando nel merito della “Dichiarazione”: noi specificammo la composizione del nostro “esercito” (“…sognatori, poveri e bambini, indios del mondo, donne e uomini, gay, lesbiche, artisti e operai…”), di che armi era dotato e come le avrebbe impiegate. Ci saremmo trovati di fronte a un esercito *vero*, e avremmo utilizzato i corpi come uniche armi, nelle forme della disobbedienza civile che le “tute bianche” praticano da prima della “Battaglia di Seattle”.
Al termine del rituale, il nostro portavoce Luca Casarini si avvicinò a due funzionari della Digos di Genova, a cui consegnò la dichiarazione.
Anche in risposta a fraintendimenti più o meno interessati, alla “Dichiarazione di guerra” facemmo seguire quella di pace. L’allegato “Patto con la città e i cittadini di Genova” (consegnato pubblicamente al sindaco Pericu e ai giornalisti il giorno 3/06/2001) chiariva in modo inequivocabile che la nostra disobbedienza non implicava alcun attacco alla città, ai suoi beni pubblici o alle persone fisiche (anche quelle in divisa), posizione ribadita e approfondita dal GSF nella sua totalità. Sarebbe stato per noi un errore politico causare danni a una città non solo duramente provata dai preparativi per il G8, ma anche interessata ai contenuti e alle proposte del movimento. Consideravamo Genova “territorio amico”, come lo era stata Québec City durante la contestazione al vertice pan-americano sul “libero commercio” (aprile 2001). Proprio com’era successo nella città canadese, decidemmo di ignorare gli stessi simboli e marchi delle multinazionali che
avversiamo, concentrando la nostra azione sul Muro della Vergogna che delimitava la cosiddetta “zona rossa”.
L’Impero e chi lo assedia
Poiché il summit del G8 era la riunione di quello che chiamiamo “l’Impero”, adottammo un linguaggio evocativo, ricco di riferimenti all’immaginario medievale (la “fortezza”, il “castello dei signori” e soprattutto “l’assedio”).
Il concetto di Impero non ha nulla a che vedere col vecchio stereotipo dell'”imperialismo yankee”, come abbiamo più volte specificato. Non ci troviamo più di fronte a stati-nazione che estendono i propri mercati e la propria influenza geopolitica e militare. A fare il bello e il cattivo tempo sono enti sovranazionali (spesso sganciati da qualunque vincolo giuridico e legame con la Carta delle Nazioni Unite) ed enormi corporations non più ancorate alla legislazione di un singolo stato. Talvolta, come nel caso delle ultime presidenziali americane, sono esse stesse a influenzare direttamente elezioni e composizioni dei governi nazionali, degradati a vassalli con funzioni esecutive. I cittadini diventano sudditi che non sanno nemmeno chi siede sul trono. Sovente, dell’Impero vedono solo i lanzichenecchi. Talvolta, si ribellano.
Dal punto di vista comunicativo, il testo più emblematico (anch’esso in allegato) fu ” Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova “, diffuso per vie telematiche, recitato nelle piazze e favorevolmente recensito dallo storico Franco Cardini su L’Espresso del 22/06/2001. Con questo testo si avviava un’operazione mitopoietica che scavalcava a pie’ pari il XX° secolo ripercorrendo i sentieri di rivolte più antiche. Per dare corpo e tangibilità a tutte queste allegorie, si immaginò anche una pratica di piazza ispirata a certi dipinti e stampe d’epoca: ci figurammo l’uso di carri allegorici muniti di “arieti” con cui abbattere il Muro della Vergogna. Si parlò anche di catapulte. Va ricordato che durante la succitata mobilitazione di Québec City i dimostranti avevano utilizzato una catapulta per lanciare orsacchiotti di peluche oltre le recinzioni. Nel “Patto con la città di Genova” parlammo di “una guerra… combattuta con i corpi, con le parole e con diavolerie e strumenti meccanici congegnati nelle nostre pacifiche officine della fantasia.”
Seguendo l’insegnamento zapatista, pensavamo di munirci di “armi” che servissero a parlare e non, come dovrebbe essere evidente, a conseguire obiettivi militari.
Nel corso del dibattito in seno al GSF sull’opportunità di evitare comportamenti percepibili come “aggressivi” e “offensivi”, decidemmo di rinunciare ad arieti e catapulte. Avremmo messo in gioco “soltanto” i nostri corpi.
Su questo punto non c’è mai stata né può esserci imputata alcuna ambiguità o reticenza. Lo confermano i training pubblici ripresi dai telegiornali, la costruzione (sempre in pubblico) di scudi e protezioni corporali, le notizie riportate dai media, addirittura gli schemini pubblicati dai giornali che dissezionavano pezzo per pezzo l’abbigliamento delle tute bianche. Tra le tantissime “zone d’ombra” delle settimane precedenti il G8 (che funzione avrebbero avuto i militari? Perché tentennare sulle autorizzazioni dei cortei e la fruibilità dei trasporti? Perché dare spazio a veline di dubbia origine finalizzate ad alzare la tensione?), non c’è certamente la pratica di piazza che le tute bianche e i disobbedienti avevano scelto.
Abbiamo tenuto riunioni e assemblee con le finestre aperte, incuranti di essere intercettati, registrati e ascoltati. Non solo non abbiamo mai avuto niente da nascondere, ma l’essere pubblici è un’altra delle nostre armi, la più preziosa. La pubblicità e la trasparenza prevengono lacriminalizzazione, e permettono il confronto con persone ed esperienze diverse. Su tali fondamenta si è costruito il Genoa Social Forum. Al suo interno c’erano pratiche e politiche diverse, valutazioni contrastanti (come sulla “Dichiarazione di guerra”), riferimenti culturali talvolta lontanissimi (dall’enciclica “Sollicitudo Rei Socialis” ai “Grundrisse” di Karl Marx, da Martin Luther King a Luther Blissett, da José Martì a José Bové, da Gandhi al subcomandante Marcos) ma un confronto franco e trasparente non ha mai portato a fratture o distinzioni tra presunti “buoni” e presunti “cattivi”.
Il conflitto e il consenso
Riteniamo necessario ricapitolare il percorso della disobbedienza civile “protetta”, dal primo esperimento fino alle giornate di Genova.
Per quasi tre anni, dall’autunno 1998, è stata sperimentata una pratica inedita di piazza, un modo innovativo di partecipazione politica e sociale, che non evita il conflitto ma lo lega indissolubilmente al consenso, al
progetto, alla comunicazione.
La strategia del dire cosa si farà e fare ciò che si è detto è stata visibile e verificabile in occasione di diverse mobilitazioni:
a Trieste per permettere l’ingresso di una delegazione di giornalisti e parlamentari che verificassero le condizioni di invivibilità del CPT, centro di detenzione per migranti “clandestini” (ottobre ’98);
ad Aviano durante la guerra del Kosovo (aprile ’99);
a Milano per la chiusura del CPT di via Corelli (gennaio 2000);
a Bologna per impedire lo svolgimento di un raduno neofascista (maggio 2000);
a Genova, in occasione del convegno-mostra Tebio sulle biotecnologie, per imporre il principio di precauzione a tutela della salute dei cittadini (maggio 2000);
ancora a Bologna, per contestare un incontro dell’OCSE (giugno 2000);
a Praga, per contestare il vertice del Fondo Monetario Internazionale (settembre 2000);
a Ventimiglia, per opporci alla sospensione della libera circolazione dei cittadini UE in occasione del vertice di Nizza (dicembre 2000);
a Roma e in Veneto contro Haider;
in Messico, quando accompagnammo i comandanti dell’EZLN dal Chiapas a Città del Messico, disobbedendo alla legge messicana che impedisce agli stranieri di fare politica (febbraio-marzo 2001);
a Trieste, in occasione del G8 sull’ambiente, per contestare la mancata sottoscrizione del Protocollo di Kyoto da parte degli Stati Uniti (marzo 2001).
Come si vede, la disobbedienza civile si è posta volta per volta obiettivi tanto simbolici quanto concreti. Essa ha attirato l’attenzione su violazioni delle carte costituzionali, delle dichiarazioni dei diritti umani e del diritto internazionale:
– ipotesi di violazione dell’art. 13 della Costituzione per quanto riguarda i CPT;
– ipotesi di violazione dell’art. 11 per quanto riguarda la partecipazione italiana all’intervento in Kosovo;
– violazione delle norme transitorie della Costituzione in materia di ricostituzione del partito fascista, etc..
Oltre a ciò, è orientata a estendere i confini della legalità e conquistare nuovi spazi di agibilità democratica e nuovi diritti (vedi la lotta per il “principio di precauzione” o le osservazioni sui limiti della Carta dei
Diritti dei cittadini europei presentata a Nizza).
In ogni caso viene posto il problema del diritto al dissenso sancito da tutte le costituzioni post-weimariane e il superamento delle restrizioni alla libertà di manifestare.
Infine, ci permettiamo di osservare che in diversi casi la disobbedienza civile si è dimostrata efficace. Tanto a Trieste quanto a Milano, l’ingresso nel CPT di giornalisti e parlamentari consentì una verifica delle condizioni
in cui versavano i reclusi. Tale verifica portò, in entrambi i casi, alla chiusura – definitiva o temporanea – dei centri. In Messico riuscimmo a ottenere la revoca delle espulsioni dal paese e il diritto per tutti di
partecipare alla Marcia della Dignità.
La disobbedienza civile
La disobbedienza civile e le sue pratiche non si configurano in alcun modo come una simulazione o addirittura come la proposta di uno scenario bellico. Al contrario esaltano la dimensione politica del conflitto, ancorché radicale, tra le controparti. Dichiarare la volontà di superare una linea
invalicabile, e farlo senza utilizzare alcuno strumento atto a offendere, ma solo il proprio corpo equipaggiato di protezioni corporali (imbottiture, caschi, scudi), non può in alcun modo essere associato a intenti bellico-militari.
Preparazione, generosità e determinazione non aprono la strada a pulsioni militariste. Dovrebbe far riflettere che forse grazie a ciò, come ci piace pensare, l’esempio delle tute bianche ha contagiato i movimenti in diverse parti del mondo, da Madrid a Città del Messico, da Londra a New York, da Atene a Helsinki.
Indossare caschi e bardature non significa quindi salire il primo gradino di una escalation della violenza di piazza. Per noi è stato esattamente l’opposto: l’impatto con le forze dell’ordine è messo in conto, ma l’utilizzo degli strumenti di cui sopra ha permesso di attenuare la paura, limitare i danni fisici e tenere compatto il gruppo che pratica la disobbedienza. Il training compiuto in preparazione degli eventi ha aiutato molti e molte di noi a mantenere la lucidità evitando così il fuggi fuggi, i comportamenti irrazionali e l’atomizzazione incontrollabile dello scontro.
Il corpo è un bene prezioso. Il corpo siamo noi, è ciascuno di noi. Ne abbiamo uno solo e ci chiediamo cosa gli sarebbe successo se negli ultimi tre anni non ci fossimo preoccupati di proteggerlo. I referti medici degli ospedali genovesi parlano chiaro: ferite lacero-contuse alla testa, traumicranici, due codici rossi dovuti a situazioni di incoscienza e coma vigile o grave, fratture agli arti e alle mani per il tentativo di proteggere la testa… Un casco allacciato non può nuocere a nessuno. Protegge chi lo indossa. Non a caso, lo prescrive anche il Codice della Strada, uno dei pochi ai quali non disobbediamo.
Dopo i fatti di Trieste dell’ottobre ’98, nel corso di un incontro al Viminale con l’allora ministro degli interni Jervolino, avemmo modo di illustrare e denunciare la pratica poliziesca di impugnare i manganelli al contrario in modo da colpire col gancio d’acciaio che serve ad assicurarli in cintura, o addirittura di “personalizzarli” appesantendoli con biglie d’acciaio, cuscinetti a sfera etc. A Genova questa pratica fu tristemente superata dall’adozione dei famigerati “tonfa” tutti in alluminio già in dotazione alla polizia americana, equiparabili a spranghe di ferro.
Ieri lo stesso Gratteri, direttore generale dello SCO, nella sua deposizione di fronte a questo comitato, ha ammesso la novità delle nostre pratiche, accusandole però di rappresentare un innalzamento del livello dello scontro.
Al contrario, è parere di molti che la disobbedienza civile protetta abbia contribuito a traghettare ampi settori di movimento da forme di protesta nichiliste e distruttive a una pratica non meno radicale ma eminentemente politica.
Per altro, preannunciare tutto ciò che verrà fatto, apre già di per sé lo spazio alla mediazione politica “sul campo”, se ve ne è la volontà da parte dei responsabili dell’ordine pubblico.
Non a caso i cortei della disobbedienza civile sono sempre aperti da un “gruppo di contatto” composto da avvocati, parlamentari, portavoce delle associazioni e centri sociali che partecipano alla manifestazione, con lo scopo di dichiarare apertamente le proprie intenzioni e obiettivi.
A questo proposito, in merito a quanto riferito dal questore Colucci, smentisco assolutamente di averlo mai incontrato, aver in qualche modo interloquito con lui, o che qualche funzionario si sia mai presentato a me asserendo di parlare per conto di Colucci. Di funzionari di polizia che sidichiaravano tali o che conoscevo ( altri sicuramente si saranno dichiarati giornalisti, panettieri o spazzini, non posso saperlo ma ne sono sicuro) ne ho incontrati o sentiti per giorni e giorni a decine. Non solo, tutti noi, in particolare i più conosciuti, abbiamo ricevuto decine di telefonate di dirigenti della digos che ci chiedevano cosa avevamo intenzione di fare, o magari quanta gente doveva arrivare o che treni stavamo attendendo etc.
Nessun mistero o segreto: noi abbiamo sempre detto a tutti ciò che intendevamo fare, come lo dicevamo a centinaia di operatori dell’informazione. Abbiamo definito con il GSF, e pubblicizzato ovunque, quali strade avremo percorso, come lo avremmo fatto, il punto esatto dove tentavamo la disobbedienza, cioè via XX settembre. Abbiamo definito e pubblicizzato questo giorni prima, altro che accordi segreti. Ovviamente auspicavamo, e lo abbiamo fatto presente tramite il GSF anche a De Gennaro vedi incontro a cui io non ho partecipato del 30 giugno ) che chi disobbediva non venisse massacrato, che non vi fossero comportamenti della polizia o dei carabinieri che violassero i diritti umani, anche se in presenza di qualche violazione della norma, che i fermati fossero rispettati, che non vi fossero pestaggi nelle caserme. A questo proposito ricordavamo sempre i fatti di Napoli, oggetto anche di un’inchiesta di Amnesty International per gravissime violazioni ( pestaggi e torture operate dai CC e PS in piazza e in caserma contro fermati durante la manifestazione contro il vertice OCSE di Marzo ). Una cosa abbiamo sempre richiesto con forza: che non usassero le armi da fuoco. Quelle uccidono di sicuro.
L’abbiamo fatto personalmente e collettivamente, a chiunque avevamo occasione di incontrare e con cui discutevamo di cosa sarebbe successo nei giorni di Genova, pubblicamente. In particolare la richiesta che le forze dell’ordine fossero in piazza disarmate è stata fatta ufficialmente e
direttamente al Ministro Scajola.
I responsabili dell’ordine pubblico, che detengono il monopolio della forza militare, devono di conseguenza assumersi la responsabilità di dosare questa forza per contenere e bloccare l’azione di disobbedienza civile, che non costituisce una minaccia per cose o persone. In questo modo, la scelta tra una strategia di “alleggerimento” – con cariche di polizia volte a fermare l’avanzamento dei disobbedienti – o una strategia di “annientamento” – volta a punire i partecipanti oltre che contrastarli col ricorso a blindati lanciati dentro i cortei, cacce all’uomo, pestaggi dei fermati, uso di armi da fuoco o di lacrimogeni esplosi in faccia, oltre ad esprimere un vero e proprio tentato omicidio – diventano una scelta politica. La scelta tra due
modi diametralmente opposti di affrontare la manifestazione pubblica del dissenso.
A Genova, in via Tolemaide e nelle altre piazze tematiche, la scelta è stata chiara.
I containers
Colucci asserisce che i container sono stati posti lungo il percorso del nostro corteo per dividerci da altri manifestanti: niente di più falso. I container, e su questo possiamo produrre prove documentali, sono stati piazzati nella notte tra il 19 e il 20 attorno a piazza Verdi-Brignole. Il percorso del nostro corteo era completamente libero ai lati, utilizzati da vari contingenti di polizia nella seconda parte, dopo l’uccisione di CarloGiuliani, per attaccarci nel mezzo e tentare di imbottigliarci. I container, questo abbiamo pensato quando li abbiamo visti collocare in quel modo, a semicerchio davanti alla zona off limits, servivano per impedirci in ogni modo di arrivare a contatto con la rete. Quale sceneggiata avremmo potuto fare, visto che Colucci parla di questo, di invasione di qualche metro se vi era un muro di container?
Va precisato che, al contrario di quanto ripetutamente affermato da dirigenti e funzionari di PS, il corteo partito dallo Stadio Carlini era autorizzato. Alle ore 18.45 del giorno 19 luglio, fu revocata l’autorizzazione per il tratto finale che andava da Piazza delle Americhe a Piazza De Ferrari. Prima della partenza del corteo, venerdì 20, nei pressi di Piazza delle Americhe furono avvistati alcuni reparti di polizia e un folto gruppo di funzionari. Sostavano davanti ai containers che delimitavano la piazza. Tutto questo faceva presumere che fosse quello il luogo dove ci avrebbero caricato, esattamente al limite del corteo autorizzato. Ma in Piazza delle Americhe il corteo dei disobbedienti non ha mai messo piede. I carabinieri lo aggredirono più di trecento metri prima, nella strettoia di via Tolemaide, quindi ancora nel tratto autorizzato del suo percorso. Il gruppo di contatto fu travolto. La reazione fu un immediato arretramento della testa del corteo, travolta dalle cariche e dai lacrimogeni, con abbandono di alcune protezioni. L’arretramento non convinse i carabinieri a fermarsi, le cariche proseguirono con brutalità. Alleghiamo un documento video in cui si vedono chiaramente dieci carabinieri avventarsi su una ragazza inerme e stesa a terra, infierendo con calci e manganellate.
I volti di alcuni CC sono ben visibili. Ci chiediamo come mai, a tutt’oggi, nessun carabiniere risulti indagato per le violenze.
In quel frangente migliaia di persone si sentirono in pericolo di vita, ci si urtava e calpestava a vicenda, si annaspava per via della calca, del caldo e dei lacrimogeni. Molti furono picchiati e feriti pur non avendo fatto niente e “in un paese democratico non sono rischi accettabili. Neanche avere paura lo è.” (Franco Bassanini, intervista su “l’Unità” del 30/8).
Una parte del corteo, nel disperato tentativo di tenere lontani i reparti, improvvisò un lancio di oggetti trovati per strada, e solo a quel punto i carabinieri sospesero le cariche per un breve lasso di tempo.
Mentre il corteo cercava di defluire, i carabinieri cercarono di spazzarlo via avanzando con le autoblindo e jeep a grande velocità, precedendo i reparti a piedi, investendo a più riprese alcuni manifestanti, poi risultati feriti. Dai finestrini di un veicolo un carabiniere puntava la pistola ad altezza d’uomo (cfr. la foto di Tano D’Amico pubblicata su diversi giornali e riviste). In quel frangente un veicolo si fermò in pieno corteo provocando la reazione di dimostranti esasperati e spaventati. Da qui in avanti fu chiaro che le ripetute cariche non avevano finalità di alleggerimento bensì punitive. Lo dimostra il fatto che il corteo fu caricato alle spalle fino a poche centinaia di metri dallo stadio Carlini, verso il quale si stava ritirando.
A circa tre ore dalla prima carica, gruppi sparsi di dimostranti cercavano ancora di allontanare i carabinieri e proteggere la ritirata del corteo, ancora bloccato tra via Tolemaide e corso Gastaldi. Uno di questi gruppi fu coinvolto in uno scontro in Piazza Alimonda, durante il quale un carabiniere di leva puntò la pistola e sparò in faccia a Carlo Giuliani. Da allora la scena è stata ricostruita istante dopo istante. I filmati mostrano
chiaramente come il carabiniere avesse la pistola puntata ben prima che Carlo Giuliani raggiungesse la camionetta e sollevasse quel maledetto estintore. Si vede anche che quindici metri più in là altri carabinieri erano schierati. Ci siamo chiesti mille volte come mai essi non intervennero, non lanciarono lacrimogeni, non cercarono di disperdere lo sparuto gruppo di dimostranti. Non smettiamo di chiederci come mai un carabiniere di leva si trovasse, armato, in una situazione del genere, quando migliaia di poliziotti erano stati sottoposti al famoso addestramento di Ponte Galeria. Non occorre essere un esperto di anti-sommossa o contro-guerriglia per dire che la situazione poteva essere risolta senza sparare in faccia a nessuno.
Sapevamo che a Genova ci saremmo trovati al fianco di una moltitudine di persone, che ci sarebbero state migliaia di poliziotti e agenti e che il contesto era più complesso di quello affrontato in altre situazioni. Sapevamo di andare incontro a molte manganellate; mettevamo in conto di essere esposti a fermi e arresti. Ma nessuno pensava a un massacro: completa assenza di funzionari di piazza con cui parlare, centinaia di lacrimogeni a freddo, cariche con i blindati, uso massiccio di idranti, addirittura il ricorso ad armi da fuoco nonostante le rassicurazioni del Ministro Scajola, il tutto non motivato da alcuna provocazione da parte del corteo e a considerevole distanza dalla zona rossa. Non si potevano nemmeno mettere in conto l’attacco poliziesco a un corteo di 300.000 persone (senza precedenti per questa Repubblica), le modalità dell’irruzione di Sabato notte e lesevizie di Bolzaneto e S.Giuliano.
Certamente mettevamo in conto la paura, ma non quella di morire.
I parlamentari e il gruppo di contatto
Ai nostri cortei abbiamo sempre invitato parlamentari o esponenti delle istituzioni a partecipare, non solo per esprimere condivisione o solidarietà con gli obiettivi politici della protesta, ma anche per assolvere la funzione di “gruppo di contatto”. Il gruppo di contatto, sempre previsto durante le iniziative di disobbedienza, ha il compito di stabilire un contatto appunto con chi gestisce l’ordine pubblico in piazza e chi lo governa politicamente.
Serve a tentare di creare quello spazio pratico e politico per mediare la situazione, per informare la polizia delle richieste dei manifestanti e i manifestanti sulle intenzioni della polizia. In particolare al corteo del 20 di luglio partito dal Carlini, i deputati Mauro Bulgarelli, Paolo Cento, Luana Zanella dei verdi e Ramon Mantovani di Rifondazione Comunista dovevano assolvere a questa funzione con altri come il prosindaco di Mestre e consigliere regionale veneto Gianfranco Bettin e l’assessore di Venezia Beppe Caccia. Altro che libro nero dell’inquisizione, come qualcuno ha tentato di orchestrare. Io li ringrazio pubblicamente per essere stati lì con noi, per averci aiutato in momenti drammatici. D’altronde è ridicolo parlare di grande scoop: lo avevamo annunciato a tutti i giornali. Anche io facevo parte del gruppo di contatto.
Ci è stato impedito di praticare la disobbedienza civile.
Qualcuno ha deciso di determinare uno scenario completamente diverso. Anche l’Arma dei carabinieri è stata uno degli strumenti fondamentali di tale forzatura.
Ci domandiamo quali responsabilità abbiano quegli esponenti del Parlamento che, nelle ore più “calde”, stavano nelle caserme.
Ricordiamo ancora che dopo i tragici fatti di Goteborg il GSF aveva richiesto che durante il G8 le forze dell’ordine non avessero armi da fuoco.
Il ministro Scajola assicurò che non c’era bisogno di un tale provvedimento: finché al Viminale ci fosse stato lui nessun agente avrebbe sparato.
Ci risulta che a Genova alcuni dirigenti della Polizia di Stato abbiano, di loro spontanea volontà, fatto scaricare le armi da fuoco ai loro uomini.
Purtroppo non è stata una scelta di tutti.
Consegno a questa commissione un video sui fatti di Genova e chiedo che le violenze qui documentate operate in gruppo da polizia e carabinieri vengano prese in esame. Alcuni di loro sono riconoscibili ed indentificabili.
In particolare segnalo:
al min. 09 pestaggio operato da agenti di PS a persone singole inermi;
al min. 10-11 pestaggio di CC in gruppo a un manifestante inerme eseguito a viso scoperto;
al min. 12 pestaggio fuori da corto a persone con mani alzate operato da PS;
al min. 13-15 cure mediche in strada operate da personale volontario a persone ferite gravemente;
al min. 19 lacrimogeni a pioggia lanciati dall’elicottero su manifestanti;
al min. 20 cariche a manifestanti a mani alzate;
al min. 22 irruzione alla Diaz;
al min. 24 testimonianza di una ragazza che era alla Diaz;
al min. 34 testimonianza dott.ssa Lella Trotta su presenza polizia all’Ospedale S. Martino.
Voglio ribadire qui la mia solidarietà nei confronti di tutti coloro che sono stati feriti, aggrediti, violentati, minacciati da polizia e carabinieri in quei drammatici giorni. Voglio ribadire che chi ha tentato di
difendersi da una furia omicida, chi ha cercato, anche inconsultamente, di far fronte a una enorme violenza, in un caso è stato ucciso e in un altro è oggi detenuto con accuse gravissime come il tentato omicidio. Come può accadere che reagire a un tentato omicidio o linciaggio per un manifestante diventi un’accusa contro di lui e per chi ha ucciso si parli solo di legittima difesa?
Chiudo questa memoria che spero possa essere utile con un unico pensiero: Carlo Giuliani, un giovane stroncato nel fiore della sua vita, da una violenza inutile. C’è chi ritiene, in questo paese, che sia stato più importante che il G8 non abbia subito interruzioni anche a costo di uccidere. Io penso che Carlo e ogni essere umano sia più importante di qualsiasi vertice. E’ questa la differenza di Carlo, di me, di noi tutti.
Continuerò finchè posso a gridarla anche per lui, con lui. Ciao Carlo, sei mio fratello.
Luca Casarini, portavoce, 6 settembre 2001

  1. Arrivai la mattina presto, col treno M’ero fermato di
    notte per vedere dove alloggiare e dormire, ma dormii sul treno fermo alla
    Stazione di Genova. Verso le sei ero in piazza, tanta gente che attendeva
    ancora. Verso le sette o le otto, arrivava un corteo, veniva di fronte, ma non
    era numeroso assai tale fare fronte alla polizia. Mi avvicinai, ma ero
    inesperto di maschere a gas: non ce l’avevo. Mi consigliarono: lavati gli
    occhi, cosa che feci che c’era vicino una fontanina. Mettiti il fazzoletto al
    naso. Fatto è che alla linea rossa non arrivammo. Le sera prima avevano
    sparato Giuliani, e credo che la cosa fosse pesata molto: come se fosse stata una mossa, una minaccia preventiva. Giravo appresso ai cortei, un corteo che non si finiva mai. Dove c’era il corteo, nessuna violenza, nessun assalto, nessun danno. Passato il corteo, intervenivano i black-block.

    Ero dietro il corteo, e vidi una squadra di black-bloc assaltare la sede di una banca: a botte di bastoni fece a pezzi le vetrine, e poi, dentro, i computer.

    La polizia era a trecento metri di distanza, e stava ferma. Quando la squadra terminò il compito e scappò via, la polizia attese qualche minuto e poi ricevette ordine di marciare: andava passo di marcia.

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