Locride: il ragazzino che sognava di diventare un boss

Locride: il ragazzino che sognava di diventare un boss

A quindici anni sognavo di diventare come Del Piero, e cercavo di scrivere canzoni ispirandomi a quelle di De André: il tempo mi ha insegnato che non ho né la classe cristallina del primo, né la genialità del secondo.
L’adolescenza è quell’età particolare in cui, per definire la propria personalità, si ha quasi sempre necessità di punti di riferimento cui aggrapparsi, di eroi cui ispirarsi, di esempi da seguire.
Stabilire se un esempio sia positivo o negativo non è semplice, a quindici anni.
In Calabria, poi, la linea di confine tra bene e male, tra lecito e illecito, è particolarmente sottile.
Nell’ambito dell’operazione “Mandamento jonico” è stata rinvenuta la lettera consegnata da un quindicenne alla figlia del capo cosca di Locri, in cui si faceva esplicita richiesta di affiliazione.
Quel ragazzino aveva scelto i propri eroi, il proprio modello di riferimento.
Tra i banchi di scuola, dove ci si prepara al futuro, lui cercava le parole da scrivere per chiedere di diventare uomo di Ndrangheta.
La Ndrangheta costruisce la propria fortuna sul consenso sociale, sullo spirito di emulazione diffuso tra i giovani del territorio, affascinati dal potere e dai soldi facili, nonché dalla malsana ricerca di un rispetto fondato sulla sudditanza e sulla paura.


Dove persiste il disagio sociale e lo Stato manca o, peggio ancora, è visto come una sorta di nemico da combattere, l’illegale diventa legge, la malattia diventa cura.
Una logica distruttiva ed autolesionista, diffusa eppure spesso pericolosamente silente, che porta alla formazione delle “paranze dei bambini” raccontate da Saviano, delle quali le mafie si nutrono con voracità.
È questo il meccanismo da combattere, se si vuole scongiurare il rischio che tanti altri giovani in futuro diano i propri sogni in pasto alla criminalità organizzata.
La mentalità mafiosa, che è il punto di forza della mafia stessa, si sconfigge solo attraverso la cultura, la conoscenza, l’informazione.
Le famiglie e la scuola devono giocare, in tal senso, un ruolo fondamentale.
In particolare, è opportuno che la scuola torni ad essere luogo di formazione delle menti e di educazione al pensiero, anziché strumento di preparazione tecnica per la mera “caccia allo stipendio”.
Lo Stato, dal canto suo, deve necessariamente ritrovare credibilità al fine di evitare, per quanto possibile, che tutele e benessere si perseguano rivolgendosi all’anti-Stato, alla criminalità.
I giovani hanno bisogno di esempi di onestà, ed offrirli è un dovere di tutti.