Il “Caracolo” di Caulonia, origini ed evoluzione

Il “Caracolo” di Caulonia, origini ed evoluzione

Il Caracolo di Caulonia.

Accurata analisi delle sue origini, della sua storia, del suo svolgimento ed evoluzione nel tempo

di Giovanni Di Landro

A Caulonia la Settimana Santa è di sicuro uno dei periodi più importanti dell’anno, se non addirittura quello più importante in assoluto.

Ma, in questa mia ricerca, se così può essere definita, voglio focalizzare l’attenzione su uno fra i tanti riti che si svolgono in questa settimana densa di funzioni antiche e cariche di pathos: il Caracolo, cercando con tutti i miei sforzi di fornire finalmente una descrizione globale di questo rito che possa essere la più dettagliata possibile, con tutto il rispetto per chi ha già scritto prima di me sull’argomento, e con l’intenzione di far conoscere in modo dettagliato questa tradizione a chi ancora non la conoscesse.

Il Caracolo è una processione che si svolge a Caulonia il Sabato Santo. All’interno di questa processione vi sono otto statue che rappresentano le varie tappe della Passione di Cristo e che sono così disposte in ordine in processione: il Cristo all’orto, il Cristo alla colonna, l’Eccehomo, il Cristo carico della Croce, il Crocefisso, il Cristo Morto, la Vergine Addolorata, San Giovanni. Quattro di queste statue appartengono all’Arciconfraternita del SS. Rosario e sono custodite nell’omonima chiesa e sono le seguenti: la statua dell’Eccehomo, la statua del Cristo Morto, la statua della Vergine Addolorata e la statua di San Giovanni; la altre quattro invece (ossia la statua del Cristo all’orto, la statua del Cristo alla colonna, la statua del Cristo carico della Croce e la statua del Crocefisso) appartengono all’Arciconfraternita dell’Immacolata e sono custodite nell’omonima chiesa. Vengono portati in processione inoltre vari altri vessilli che sono i seguenti: sei pennoni dell’Arciconfraternita del SS. Rosario (ossia lunghe aste verticali con un drappo nero in cima; uno di questi è più grande degli altri cinque ed ha un drappo maggiormente decorato e viene comunemente chiamato “pennone dei fratelli del Rosario”; secondo alcuni rappresenterebbero tutti i continenti del mondo a lutto per la morte di Gesù, questa tesi potrebbe anche essere accettata come valida, ma non si trovano documenti che possano confermarla con certezza, e, tra l’altro, appare un po’ forzata se si pensa che in realtà originariamente i pennoni non fossero sempre stati sei, ma pare che il loro numero fosse aumentato via via nel tempo di pari passo con l’aumentare del numero di fratelli dell’Arciconfraternita), Croci della Passione (o, come vengono comunemente chiamate a Caulonia, “Croci degli spogliati”, ossia le croci processionali decorate con i simboli e gli strumenti della Passione di Cristo) e candelieri delle due Arciconfraternite, le Croci rappresentative delle rispettive Arciconfraternite, lo Stendardo dell’Arciconfraternita dell’Immacolata, alcune torce che scortano la statua del Cristo Morto e, in passato ma ora non più, alcune lanterne che scortavano le statue del Cristo alla colonna e dell’Eccehomo. Ovviamente prendono parte alla processione anche alcuni fratelli delle due Arciconfraternite con i tradizionali abiti cerimoniali.

Ph. Giovanni Di Landro

Negli anni vi furono spesso discussioni sull’ordine preciso che le statue, i vessilli e i rappresentanti delle Arciconfraternite dovessero seguire durante la processione, ma da decenni ormai vi è un ordine ben preciso da seguire che voglio riportare qui di seguito proprio nell’intento di fornire la più attenta e meticolosa descrizione della funzione: Aprono il corteo processionale i cinque pennoni dell’Arciconfraternita del SS. Rosario, seguono poi la “Croce degli spogliati” e i candelieri dell’Arciconfraternita del SS. Rosario, la “Croce degli spogliati” e i candelieri dell’Arciconfraternita dell’Immacolata, il pennone dei fratelli dell’Arciconfraternita del SS. Rosario, la Croce rappresentativa dell’Arciconfraternita del SS. Rosario, la statua del Cristo all’orto, il Priore dell’Arciconfraternita del SS. Rosario scortato da alcuni confratelli, il Cristo alla colonna, lo stendardo dell’Arciconfraternita dell’Immacolata, la Croce rappresentativa dell’Arciconfraternita dell’Immacolata, la statua dell’Eccehomo, la statua del Cristo carico della Croce, la statua del Crocefisso, il Priore dell’Arciconfraternita dell’Immacolata scortato da alcuni confratelli, la statua del Cristo Morto, la statua della Vergine Addolorata, ed infine la statua di San Giovanni. Questo è l’ordine standard, ma alcuni fratelli delle Arciconfraternite si possono inserire in processione fra le varie statue. Il corteo è inoltre seguito dalla Banda musicale di Caulonia che, praticamente dalla sua fondazione, segue la processione intonando alcune tra le più belle marce funebri. C’è da fare una precisazione, inoltre, sulla posizione che assumono i Priori delle due Arciconfraternite all’interno del corteo processionale: per una forma di riverenza reciproca, infatti, si è stabilito negli anni di far avanzare il Priore dell’Arciconfraternita del SS. Rosario davanti alla statua di maggior pregio dell’Arciconfraternita opposta (ossia la statua del Cristo alla colonna), e viceversa il Priore dell’Arciconfraternita dell’Immacolata si pone davanti alla statua più rappresentativa dell’Arciconfraternita antagonista (il Cristo Morto per l’appunto). 

Nel completare ora la descrizione del rito è doveroso dire che la processione del “Caracolo” ha inizio, in genere, alle ore 18:00 circa del Sabato Santo, è questa infatti l’ora in cui le quattro statue dell’Arciconfraternita del SS. Rosario (l’Eccehomo, il Cristo Morto, la Vergine Addolorata e San Giovanni) e i rispettivi vessilli processionali iniziano ad uscire dalla chiesa stessa; il corteo scende da via del Rosario, accompagnato dalle marce funebri elevate dalla Banda musicale di Caulonia, e poco più tardi si incontra al cosiddetto “Buveri”, che è l’incrocio tra via Vincenzo Niutta e via Regina Margherita, con le quattro statue dell’Arciconfraternita dell’Immacolata (il Cristo all’orto, il Cristo alla colonna, il Cristo carico della Croce ed il Crocefisso) ed i rispettivi vessilli processionali che nel frattempo sono giunti in via Regina Margherita e aspettano di congiungersi al resto del corteo. Queste otto splendide statue (Caulonia può sicuramente vantarsi di possedere delle statue di pregevole fattura!), che rappresentano le tappe della Passione di Cristo, danno il via alla misteriosa, commovente e secolare processione del “Caracolo”, che, dopo aver attraversato molte delle stradine e delle piazze di Caulonia, arriva nella piazza principale del paese, piazza Mese (denominata anche piazza Umberto I), dove ha inizio la parte più importante della processione stessa, cioè il tradizionale movimento a zig-zag, o meglio “bustrofedico” (ovvero simile al movimento dei buoi che arano un campo con l’aratro), che è il “Caracolo” vero e proprio, che dura circa un’ora in una piazza approssimativamente di 70 metri. Il corteo processionale avanza lentamente disegnando una sorta di “esse infinita” che traccia l’intera piazza, dalla parte più alta fino alla zona più bassa della stessa, entrando infine nella Chiesa Matrice; qui il corteo fa un giro all’interno di essa e poi riesce per ritornare su via Vincenzo Niutta e, arrivato all’incrocio con via del Rosario, si divide e ognuno fa ritorno alle rispettive chiese di appartenenza, dove, a chiusura del rito, vengono intonati canti funebri.

Così si svolge sostanzialmente il rito oggi, ma, in realtà, in passato vi erano altre tradizioni legate al Caracolo che, negli anni, sono state soppresse per volere dell’autorità ecclesiastica, lasciando spazio alla sola rappresentazione della Passione di Cristo. Uno di questi era sicuramente il rito degli “incanti”, che si svolgeva nella Chiesa del SS. Rosario. Gli “incanti” erano una tradizionale asta pubblica con la quale i cittadini di Caulonia, tramite offerte in denaro, si assicuravano di portare in processione le statue ed i vessilli della processione stessa. Questa asta veniva diffusa acusticamente in tutto il paese poiché veniva bandita attraverso alcune casse amplificatrici; chi aveva intenzione di portare una statua o un vessillo processionale faceva un’offerta in denaro e poteva segnare il proprio nome e cognome cosicché venisse letto dal banditore. Ovviamente, essendo un’asta, chi offriva di più si aggiudicava di portare in processione la statua o il vessillo scelti, ma, non di rado e soprattutto negli ultimi tempi, vi erano accordi tra varie persone, le quali si dividevano la somma che avevano intenzione di offrire, evitando così di alzare troppo il prezzo per aggiudicarsi la statua o il vessillo che avevano scelto di portare in processione. Negli anni passati spesso invece questa asta era particolarmente accesa, anche perché vi erano, storicamente, alcune “categorie sociali” a Caulonia che periodicamente e tradizionalmente volevano incantare alcune statue: muratori e mulattieri per esempio facevano a gara per aggiudicarsi la statua di San Giovanni, le donne invece si contendevano la statua del Cristo Morto, i ragazzi più giovani del paese tendevano ad “incantare” la statua dell’Eccehomo, mentre la Vergine Addolorata veniva generalmente “incantata” da chi era legato ad un particolare voto o chi si sentiva in dovere di ringraziarla per una grazia ricevuta.

C’è da dire inoltre che, sempre in passato, alcuni colpi di mortaretti davano il via, nel primo pomeriggio, a questo tradizionale rito degli “incanti”, che prendeva dunque il via all’incirca intorno alle ore 14:30 e terminava letteralmente sulla porta della chiesa del SS. Rosario, quando il corteo si apprestava ad uscire. E proprio in questo momento, spesso, si cercava di aggiudicarsi all’ultimo minuto una statua o un vessillo. Quando il banditore leggeva per tre volte l’ultima offerta fatta senza che nessuno avesse rilanciato, allora la statua o il vessillo in questione poteva uscire dalla chiesa e la relativa asta per esso era terminata. 

Questo rito degli “incanti” ha iniziato ad essere malvisto dall’Autorità ecclesiastica all’inizio degli anni 2000; è rimasto, infatti, pressoché intatto fino all’anno 2002, dopodiché, l’ordinario diocesano del tempo, Mons. Giancarlo Maria Bregantini, ha disposto di modificare questo rito, inizialmente dando disposizioni su come dovesse essere fatto l’annuncio pubblico delle offerte, in seguito abolendo lo stesso annuncio pubblico con nome e cognome di chi aveva fatto l’offerta, per arrivare al giorno d’oggi in cui, da ormai circa un decennio, gli “incanti” non si svolgono più, non vi è alcuna asta, né pubblica, né segreta, ma vi è un sistema di offerte a busta chiusa in cui chiunque può fare l’offerta che vuole e può comunque ritenersi in diritto di portare la statua o il vessillo per cui ha fatto l’offerta. C’è da dire inoltre, solo ad onor di cronaca, che Mons. Bregantini già qualche anno prima aveva attuato delle modifiche alle tradizioni pasquali cauloniesi che avevano messo in serio rischio lo svolgimento dei riti della Settimana Santa a Caulonia, ma di questo parlerò più avanti. 

Un’altra tradizione legata al Caracolo è l’uso delle raganelle, o tric-trac, durante tutto lo svolgimento della processione. Questo strumento musicale in legno, composto da una ruota dentata che girando fa vibrare una stanghetta in legno flessibile producendo suoni secchi e potenti, viene chiamato a Caulonia anche “tocca” o “caracolo”, proprio perché legato quasi esclusivamente alla processione in cui veniva e viene ancora usato (secondo la figura retorica della metonìmia della lingua italiana), anche se ai giorni nostri in maniera minore che in passato.

Negli anni, vari studiosi hanno scritto sul Caracolo, alla ricerca dell’etimologia della parola e della nascita della tradizione stessa. 

Sicuramente il libro dello studioso, nonché parroco, Davide Prota: Ricerche storiche su Caulonia, pubblicato nel 1913, rimane ancora oggi quello a cui si fa riferimento per la maggiore. Successivamente hanno scritto in merito a questa tradizione, e meritano sicuramente menzione: Gustavo Cannizzaro, in Culti cauloniesi – Il sacro e il profano nei riti della Calabria ultra, Ed. Corab, 2002; Armando Scuteri, in Kaulon – Castelvetere – Caulonia, CLE, 2005; Orazio Raffaele Di Landro, in U Caracolu, Litografia Diaco, 2006. Varie teorie sono sorte negli anni per cercare di trovare l’etimologia del termine e una “data di nascita” di questa tradizionale processione cauloniese, ma spesso, a parer mio, nel tentativo di trovare a tutti i costi un’etimologia univoca o un anno preciso in cui poter dire che il Caracolo è nato, ci si è lasciati andare a conclusioni affrettate e poco plausibili. 

Per quanto riguarda l’etimologia del termine, tutti sono pressoché concordi sul legame che esiste con il termine spagnolo “caracol” che in italiano vuol dire “chiocciola”; ma, volendo ricercare l’etimologia del termine spagnolo, il Prota lo collega al termine arabo “karahara” che vuol dire “girare” e, sia Cannizzaro che Scuteri, nei loro libri, prendono in considerazione questa etimologia come l’unica possibile; Orazio Raffaele Di Landro, invece, nella sua introduzione a U Caracolu, pur riconoscendo valida la pista che porta a credere a una derivazione araba del termine (poiché gli spagnoli storicamente subirono la dominazione araba), crede che, in base alle influenze che il greco ha avuto sulla lingua spagnola, l’etimologia del termine spagnolo possa essere ricercata anche nella lingua greca, e precisamente in termini come: “coracòlo” (contratto: “coracò”), che significa “chiudo” o anche “tomba”, o “characòo” (contratto “characò”, con la C aspirata, cioè con la gutturale aspirata, perciò seguita nella trascrizione italiana dalla H), che significa “circondo di pali, metto una palizzata, chiudo fra pali”; ricordando inoltre che recintare in greco si può dire, per esempio, anche col verbo “charakizo”. In ultima analisi egli dà il significato al termine “Caracolo” di “tutto recintato”, facendo riferimento alla piazza dove si svolge il rito che appare quasi come virtualmente recintata e delimitata durante lo svolgimento dello stesso.

Ph. Giovanni Di Landro

Per quanto riguarda la nascita di questa tradizione a Caulonia purtroppo non vi sono chiari documenti che attestino quando possa essere nata. Lo stesso Prota, che pubblica il suo libro nel 1913, riferisce che si tratta di una tradizione secolare, ma non fa alcun cenno su quando questa tradizione possa aver avuto inizio. L’unico che fornisce una data nel suo libro è Armando Scuteri (Kaulon – Castelvetere – Caulonia, CLE, 2005), scrivendo, a pagina 191, che questa tradizione “si ripropone senza interruzioni dal 1640”. In realtà inizialmente non è chiaro sulla base di che cosa egli abbia fatto questa affermazione, ma, ritornando a pagina 123 dello stesso libro, si capisce che egli deduce tale data da un non ben specificato manoscritto del 1860 che però, leggendolo attentamente, in realtà, pare non decreterebbe il 1640 come la data di inizio della tradizione del Caracolo, ma dice invece che la processione venne tramandata nel tempo della dominazione spagnola, e poi viene scritto, separato da un trattino, l’anno 1640, intendendo questo, a parer mio, come l’anno in cui era nel pieno la dominazione spagnola del meridione d’Italia, ma non l’anno in cui il Caracolo venne istituito; tant’è vero che il manoscritto stesso che viene riportato è datato 1860, quindi il Caracolo che si sta descrivendo è verosimilmente quello degli anni in cui il manoscritto stesso è datato (1860 appunto) e tra l’altro non sappiamo chi abbia scritto questo manoscritto, perché non viene riportata la firma, né tanto meno il luogo dove è custodito.

Io però, senza alcuna pretesa di avere la verità in pugno, e cercando di fare un’analisi la più accurata possibile, voglio fare una piccola riflessione storica per cercare di poter quanto meno capire come e quando questa nostra tradizione, così come oggi la conosciamo, possa essere nata. Si è sempre detto che fosse una “eredità” della dominazione spagnola, e su questo possiamo dire che tutti gli studiosi sono concordi ed anche io stesso lo sono (a testimonianza di ciò si può dire che ancora oggi in molte regioni della Spagna vi sono cerimonie molto simili a quella del Caracolo di Caulonia); dobbiamo però analizzare il periodo storico della dominazione spagnola per poter cercare di capire cosa può significare “eredità della dominazione spagnola”. È doveroso ricordare che con la pace di Utrecht del 1713 terminò di fatto la dominazione spagnola in Italia, e la Spagna dovette cedere all’Austria il regno di Napoli (di cui faceva parte anche l’odierna Calabria). Che queste nostre tradizioni che oggi celebriamo siano “eredità della dominazione spagnola” è molto probabilmente vero e condivisibile, ma se sono appunto “eredità”, significa che sono state riprese in un periodo successivo da un periodo precedente; quindi, se la dominazione spagnola finisce nel 1713, dobbiamo cercare negli anni successivi a questo una data in cui questa processione possa essere nata. Vi è certamente la possibilità che anche durante tutta la dominazione spagnola del meridione d’Italia, di cui, per ricordarci bene, stabiliamo formalmente l’inizio con la data della pace di Cateau-Cambrésis (1559) e la fine, appunto, con la pace di Utrecht (1713), vi fossero delle funzioni religiose che miravano a rappresentare la Passione di Cristo, ma non possiamo assolutamente dire che fossero le stesse che oggi noi celebriamo, né possiamo affermare con certezza che possano avere un collegamento con le tradizioni giunte fino a noi. Che gli anni della dominazione spagnola furono, sulla scia anche dei dettami della Controriforma cattolica e in base ai buoni rapporti che c’erano tra papato e governanti spagnoli, anni in cui si svolsero delle processioni religiose che rappresentavano la Passione di Cristo è quasi sicuro, ma non possiamo dire che ininterrottamente la stessa tradizione sia andata avanti nei secoli, anche perché, allora, potremmo addirittura affermare che il Caracolo sia nato anche molto prima del 1640. In realtà dovremmo conoscere con esattezza le date in cui arrivarono a Caulonia le prime statue del Cristo (in particolare la statua del Cristo alla colonna), della Vergine Addolorata e di San Giovanni, ma purtroppo nessuno dei nostri antenati ebbe mai cura di annotare questi accadimenti. Attenzione, sto parlando delle date in cui le statue giunsero a Caulonia, non delle date in cui furono prodotte, la cosa è ben diversa. Possiamo però dedurre che l’organizzazione delle cerimonie religiose fosse affidata alle Confraternite, ed in merito a ciò sappiamo con certezza che la Confraternita dell’Immacolata venne ufficialmente riconosciuta nel 1784, mentre la Confraternita del SS. Rosario venne ufficialmente riconosciuta nel 1791, sappiamo però inoltre che entrambe le Confraternite sicuramente esistevano già da prima del loro riconoscimento ufficiale, per cui si può ipotizzare che già da qualche anno svolgessero regolarmente attività di culto. Alla luce di ciò, io azzardo l’ipotesi che la tradizione del Caracolo come la conosciamo noi oggi, possa essere nata verosimilmente nella seconda metà del ‘700, o comunque intorno alla metà di questo secolo, e, negli anni, si è perfezionata e completata, giungendo, più o meno uguale a quando è nata, fino ai giorni nostri. È naturale che non si può dire con certezza che la tradizione verosimilmente nata nella seconda metà del ‘700 sia la stessa che vediamo oggi nel 2020, anno in cui scrivo questa mia umile ricerca. Basti pensare che con molta probabilità non tutte le statue che abbiamo oggi ci siano sempre state o siano state le stesse, e c’è da dire inoltre, per esempio, che lo stesso Prota, nel suo libro pubblicato nel 1913, scrive che il Caracolo è una processione che si svolgeva “nei giorni di Giovedì e Venerdì Santo” poiché infatti in origine il Caracolo non si svolgeva in unica processione il giorno del Sabato Santo, bensì il Giovedì Santo di mattina l’Arciconfraternita dell’Immacolata organizzava una processione con le sue quattro statue che raffigurano la Passione di Cristo (il Cristo all’orto, il Cristo alla colonna, il Cristo carico della Croce e il Crocefisso), e il Venerdi Santo sera invece si svolgeva la processione vera e propria del Caracolo, con l’unione delle quattro statue precedentemente nominate dell’Arciconfraternita dell’Immacolata con le altre quattro statue dell’Arciconfraternita del SS. Rosario (l’Eccehomo, il Cristo Morto, la Vergine Addolorata e San Giovanni). Purtroppo non sappiamo con precisione quando si decise di modificare questa usanza, spostando il Caracolo “al completo” ed “in unica soluzione” al Sabato Santo in via definitiva, perché, purtroppo, come detto in precedenza, i nostri antenati non usavano annotare questi avvenimenti, ritenendo forse, in quel presente in cui accadevano, superfluo farlo.

Ph. Giovanni Di Landro

Alla luce di tutto ciò, dunque, posso affermare che la tradizione del Caracolo a Caulonia nasce verosimilmente nella seconda metà del ‘700, si sviluppa in vari modi nel corso dell’800 e si uniforma in via definitiva solo nella prima metà del ‘900. 

Giunto alla fine di questa mia ricerca, voglio ricordare anche che ci furono anni in cui purtroppo il Caracolo a Caulonia non si svolse. Nel 1958, per esempio, l’allora Vescovo Mons. Pacifico Maria Luigi Perantoni decretò la sospensione di tutte le processioni e delle tradizioni giudicate esteriori che le due Arciconfraternite organizzavano, fra cui appunto il Caracolo. Non sappiamo con esattezza le motivazioni che spinsero il Vescovo ad adottare questo provvedimento, molto probabilmente i non rari contrasti e dissapori che si verificavano fra i rappresentati delle due Arciconfraternite avevano spinto il presule a prendere questa decisione. Negli anni a seguire ci furono altri due momenti in cui a Caulonia si corse il rischio di sospendere il Caracolo e tutti i riti della Settimana Santa; la prima volta avvenne nel 1991 quando, a seguito di irregolarità evidenziate nelle elezioni della Banca Maggiore dell’Arciconfraternita del SS. Rosario avvenute a gennaio di quell’anno, il Vescovo ab illo tempore, Mons. Antonio Ciliberti, dispose la chiusura della Chiesa del SS. Rosario sospendendo tutte le funzioni religiose della stessa; nell’arco di qualche settimana però la situazione tornò alla normalità e la chiesa venne riaperta al culto e tutti i riti della Settimana Santa, che di lì a poco sarebbe arrivata, si svolsero dunque regolarmente. Nel 1996 vi fu però nuovamente un momento di tensione. Come accennato in precedenza, in quest’anno il Vescovo in carica, Mons. Giancarlo Maria Bregantini, decise di aggiornare ed uniformare alcuni riti della Settimana Santa; in particolare dispose che la commemorazione dell’ultima cena del Giovedì Santo venisse celebrata unicamente nella chiesa Matrice, mentre in precedenza ogni Arciconfraternita celebrava una propria funzione nella propria chiesa. Questa decisione fu in realtà la goccia che fece traboccare il vaso, poiché già dal suo insediamento in diocesi (1994) Mons. Bregantini aveva manifestato una sorta di insofferenza verso i riti della Settimana Santa di Caulonia. I Priori del tempo delle due Arciconfraternite (Rinaldo D’Aquino per l’Arciconfraternita dell’Immacolata e Nicola Campisi per quella del SS. Rosario) decisero dunque, come protesta, di non celebrare nessuna delle funzioni della Settimana Santa, tant’è vero che quando giunse il momento di spostare la Vergine Addolorata dalla chiesa del SS. Rosario alla chiesa Matrice per le cosiddette “prediche della missione”, i due Priori, sostenuti da alcuni fedeli, impedirono lo spostamento della statua della Vergine, nonostante nel frattempo fosse arrivato persino il Vescovo precipitatosi in fretta e furia a Caulonia dalla sua sede. La situazione però si risolse qualche giorno dopo, quando, dopo un incontro con il presule, le Arciconfraternite decisero, per il bene del paese, di svolgere regolarmente i riti con le modifiche disposte dalla curia.

Non sappiamo inoltre se nel periodo delle due guerre mondiali questi riti vennero sospesi o si svolsero regolarmente, nessuno ha mai scritto a riguardo. Sappiamo però che in altre regioni ed in altri paesi d’Italia ci fu in alcuni anni, a causa della guerra (in particolare della Seconda Guerra Mondiale), la sospensione dei riti della Settimana Santa, ma questo avvenne in regioni e città dove furono particolarmente rilevanti i bombardamenti. 

E, infine, proprio in questo 2020, anno in cui scrivo, a causa di questa inaspettata pandemia mondiale da coronavirus diffusasi proprio in prossimità del periodo pasquale, il governo nazionale dispone la chiusura di tutte le attività non fondamentali, vieta alla gente di uscire di casa se non per estrema necessità e impone il distanziamento sociale, vietando anche messe e qualsiasi celebrazione religiosa, e le autorità ecclesiastiche devono assolutamente attenersi alle disposizioni governative per il bene comune; per cui per la Pasqua del 2020 non si svolgerà nessuna funzione tradizionale della Settimana Santa né a Caulonia, né nel resto d’Italia (e del mondo anche!). Un evento sicuramente storico che verrà ricordato per sempre.

Ph. Giovanni Di Landro

Credo di aver veramente detto tutto su questa tradizione unica che è il Caracolo di Caulonia, o almeno questa è stata la mia intenzione: descrivere nel modo migliore e più accurato possibile una tradizione che la gente di Caulonia ama e che con grandi sforzi cerca di mantenere sempre viva e ardente da secoli, una tradizione in cui un popolo si riconosce, si identifica, come del resto è giusto che una tradizione porti a fare, nella convinzione che la tradizione serve in modo davvero importante a mantenere vive la fede e la devozione dei veri cristiani, nel rispetto delle verità fondamentali della Chiesa.

Giovanni Di Landro, 10 aprile 2020