Il mondo del fare può anche fare schifo

Il mondo del fare può anche fare schifo

Sono morto solo da ieri, se non sarò in grado raccontare bene le cose sarà anche per il forte mal di testa che rimbomba ed accavalla i pensieri.

“Se non sai raccontare le cose a parole tue vuol dire che ti è sempre andata di culo”, mi disse una volta un ragazzino sboccato, ex bimbo prodigio. “È una gran fortuna, sia chiaro”, continuò, “e per quanto io ne abbia studiato, mi sembra di ricordare che nel pianeta Fortuna sono tutti muti. Ergo: è meglio che tu faccia silenzio, lo dico con la giusta convinzione di chi non ha avuto il sentore che l’interposta persona sia una piccola grande truffa del tempo degli uomini.”

Mi piace ascoltare il suono delle posate sul piatto quando lo sbarazzano dai resti che versano nel sacco dell’organico. Un tintinnio senza tempo. Mi dico che la consuetudine è un porto sicuro. Mi dico che quando l’imprevedibilità non rappresenta più una minaccia vuol dire che sei morto.

“Il Paradiso che ti ha attende è una trappola che si innesca e si disinnesca coi tuoi modi terreni”, sentii dire ad una anziana signora alla quale cedetti il posto sul bus, “ettari di vermi brulicanti come un tapis roulant impazzito, fanno da comitato di benvenuto alla tua leggerezza”.

Il passo specifico di una festa in mio onore, procede spedito al ritmo dei tappi delle bottiglie che saltano ed avanzi, saltano ed avanzi. Davanti a me ci sono il mio sorriso politico, un falso Rolex lucentissimo (vendutomi da tale Pietro all’entrata) in cui mi specchio per guardare il mio taglio stile Jugoslavia anni ’80 (prima dei casini che abbiamo dimenticato) ed una lattina di birra da un litro.

Mi trovo molto cambiato? A parte qualche conato di disgusto la mia respirazione sembra non necessaria. L’aria che tira non mi riguarda. Abito il mio loculo convinto che non sia la comodità la caratteristica alla quale dovrò fare attenzione. La finzione oscena di nazioni in pena mi pesa fino a procurarmi un formicolio alle gambe, come quando ti dilunghi seduto sul cesso. Sarei potenzialmente nelle condizioni di estrarre a sorte il numero che ti farebbe ricco ma non mi sento accomodante. Non oggi.
Sono morto solo da ieri. Non eri tu quello che mi diceva della resilienza, della penitenza, della reminiscenza, della differenza che può fare ogni singolo “Io”? Mi calo nella parte di chi rimane a pensare per qualche secondo prima di sparare a caso una cosa qualunque. Da quando riflettere è una colpa? L’immediatezza non esiste se hai l’emicrania. La mediazione è una possibilità, se mi concedi qualche secondo. Il mondo del fare può anche fare schifo. Il tifo della curva festeggia la madri libertine degli avversarsi. La punizione fischietta il motivo di uno spot familiare per tenermi incollato alle sorti ancora in gioco. Azzardo un “bravi!”, ma non ho capito quali siamo noi. Corrono tutti, hanno la stessa maglia, la stessa voglia e la stessa soglia di resistenza alla fatica. Mi si dica pure che sbaglio, il mio orgoglio non dipende da quello. Lo annaffio solo se tastando il terriccio nel quale affonda mi rendo conto che serve davvero. Non ero io quello sbraitava di moduli, di riformulare, di cambiare in corso il corso delle cose. Si alza dalla panchina il numero 17, “Dubbio”. Corre sul perimetro esterno al campo di gioco per riscaldarsi. Non sembra avere fretta perché non ne ha. Non forza mai l’andatura fin quando non ha la certezza che sia arrivato il suo turno. Il suono. Il rutto. Il creativo entra in gioco ma nessuno gli passa la palla. Sulla fascia sinistra non c’è gioco. Le catene tra terzino ed ala sono state spezzate dalle trame di gioco di chi a centrocampo fa melina. Ne va dello spettacolo ma la paura di perdere la fa da padrone. Sotto sotto sta bene a tutti.
Il frutto del peccato è sempre di stagione da queste parti e le articolazioni si allungheranno alla necessità famelica del desiderio. Le ferie imposte. Le serie più viste. Le carie da indolenza. Morsi e rimorsi storici di chi ha dimenticato da dove arriva straparlando del dove ha intenzione di arrivare. Fimmini pittati e masculi ‘nfoiati per felicissime serate che si fingono interminabili. Finiranno. Mi allontano cortese allungando le mani su un paio di bicchieri. Butto giù d’un sorso. La professionalità di una cameriere con i guanti bianchi mi invita “Prego, signore…”. Nei suoi occhi vedo l’odio mentre aggancio altri due bicchieri. Butto giù. Ha ragione lui. Ho le mani libere, ne prendo altri due e mi concedo quattro passi nel tempo che mi separa dal terrazzo. Mi affaccio per guardare meglio. Lo vedo, caro mio: è tutto quello che fino ad oggi è stato loro. Osservo in silenzio. Sono morto solo da ieri e già mi girano i coglioni. Rullo una sigaretta. Fammi accendere, per favore.

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