E ora cosa cazzo te ne fai della pace?

E ora cosa cazzo te ne fai della pace?

Quello strano sogno in cui mi cadono i capezzoli oggi compie 9 mesi esatti. I patti non erano questi. I patti erano chiarissimi: l’Altissimo si sarebbe dovuto assumere le sue responsabilità e noi di conseguenza. Non è che la cosa del nascere, del crescere e del morire possa essere relegata a macchia di merda sulle mutande dell’ordinaria routine entro cui ogni certezza abbraccia ogni certezza, che abbracciata da ogni certezza si sente in una botte di ferro. Non sarei venuto qui a far il provino per la mia parte se non avessi, in concreto, la misura della pochezza del nostro essere granelli di carne al cospetto dell’immenso. La passione per il senso delle cose si è chiusa in casa, tiene un fucile in mano e adocchia i passanti con occhi iniettati dell’odio di chi sa di essere incapace di odiare. “Levare il livore dall’infinito per lavare i panni in casa propria”, si ripeteva, “un solo giro, però risolutore”. L’attore che mi interpreta e che perde i capezzoli in quello strano sogno, è bellissimo. È un casto omaggio al pubblico femminile, è l’oltraggio alla pubblica quiete di quello maschile che non riuscirebbe ad interpretare né ad immedesimarsi, se non nei grumi di sangue nella traccia del percorso del gocciare sul petto.

La pace non ci piace. Non siamo capaci di sopportarne il peso specifico e ci rifugiamo nel significato che ci suggerisce la smorfia, quel numero 28, senza unità di misura, che nell’intento dei luminari napoletani sta a significare una depressione improvvisa. La relazione ai capi di Stato riporterà poco altro. La redazione di un protocollo d’intesa si trasformerà in armistizio da disattendere alla prima occasione utile dettata dal cambio d’umore che ogni buona programmazione deve prevedere. L’avvenire mi conforta. L’aggredire mi rilassa. L’abbonire non mi tocca. Dell’arrossire non se ne parla. A farla semplice ci si prende quasi sempre. A farla in culo ci si prende sempre sempre. E mentre decido come curare le mie ferite, dimentico di prendere le pillole per la tachicardia.

La Psicopolizia mi guarda e mi ascolta. Rigurgito una volta al giorno, l’esofago mi è sovraccarico. Trappole, trabocchetti, campi minati ad ogni passo. Camperei cent’anni ma non saprei cosa farmene. Lo scontro è il conto da pagare alla vita che non fa sconti. Non esistono le stagioni, esistono gli straccioni. Milioni di danni fa eravamo in pochi e quei pochi hanno pensato bene di sperperare questa fortuna. La luna non puoi toccarla. Il sole riesci a malapena ad immaginarlo come irraggiungibile. Che lo scibile ci renda irascibili è l’unica cosa da tenere a mente. Imbocco parole dolci a un deficiente dell’attenzione che la nozione di pari opportunità mi ha assegnato nel piano di recupero e reintegro in questa società.

La verità è che al governo non frega un cazzo di nessuno di noi due ma ha bisogno di collocarci da qualche parte. E se Marte è troppo lontano, relegarci nella schiera degli utili è un ottimo diversivo. Li senti gli applausi compiaciuti di chi non avrebbe saputo fare di meglio? Io sì e non batto ciglio. La meraviglia dell’esistenza è un interruttore e lo accendo e lo spengo e lo accendo e lo spengo. Mi spendo ad intermittenza e risplenderei di luce propria se non ci fissassimo sulle ombre che proiettiamo in funzione dell’esposizione. Siamo dentro un fottuto museo e paghiamo quotidianamente la rata per un biglietto che non possiamo permetterci, campassimo cent’anni. La tirannia del processo di devoluzione azzanna il culto del possesso. Un fesso mi dice che ho ragione e mi si avviluppano le sinapsi. La matassa non la sbroglieremo mai, dovremo dargli fuoco in onore della malattia Progresso. Un po’ come successe con quell’amore che a un certo punto ci stava distraendo dalla belligeranza del moto competitivo con il quale siamo stati educati. L’orchestra di fiati che suona la carica è pagata dal nemico e come ogni bravo professionista esegue a dovere il suo compito. Precipito dalla rupe per la vanità di espormi curioso a ciò che so di non sapere. Mi accorgo che la rupe è solo la crosta a monte del coagularsi delle ferite che hanno sostituito i miei capezzoli. Emostasi. Infiammazione. Fase proliferativa. Maturazione. Siamo carne perfetta e perfettamente inconsapevole. Saremmo mente perfettibile, senza quella cosetta dell’embargo culturale al quale ci assoggettiamo scodinzolanti in attesa di un biscottino buonissimo. Niente di personale, ce l’ho con tutti quanti solo perché dormo poco e penso troppo e male. L’animale che sono senza sonno mostra i denti e sbava. E ora cosa cazzo te ne fai della pace?

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