L’oro del precipizio

L’oro del precipizio

L’idea giusta non era una dea al posto di un dio, ideale era l’addio a tutti e due. Credo che chi giura “sull’anima di mio padre” (o “sull’anima di mia madre”) lo faccia con gusto, quasi come fosse una fredda vendetta per tutte le botte prese da ragazzino (o da ragazzina). Dal vortice delle maledizioni riemergono pezzi di vita, pezzi di morte, pezzi di sangue, pezzi di merda. Che la storia la si morda o la si assuma col contagocce, la storia è storia e vorrà il suo modo e vorrà il suo tempo per essere compresa. Ne hai voglia? E se sì, quanto tempo credi di avere? “Volere” è un potere enorme, quasi autodeterminato, quasi autosufficiente. “Volere” ha un valore. Dentro la stanza di un hotel che affitta camere a ore, una vecchia cicciona rassetta i resti di vite a ore lasciate lì come se l’hotel fosse un salvadanaio e quei pezzi di vita gettoni dorati che ne avvalorano l’esistenza. Fanculo l’affluenza. Fanculo l’assenza. Fanculo pure l’accoglienza.

La storia delle storie è una memoria collettiva, è una cattiva compagnia, è una mia scema convinzione che la divagazione dal tema possa essere d’aiuto. Dovrei andarci più cauto, dovrei essere discreto come la signora delle pulizie ha imparato a essere ma non oggi. Oggi in bagno lo specchio è rotto. Dopo la chiamata d’avviso a chi di competenza, la vecchia cicciona indossa i guanti e si guarda riflessi tra i pezzi. Aveva provato a non pensarci ma le tocca constatare che dal puzzle è chiaro che la parrucchiera non ha fatto un buon lavoro, nemmeno stavolta. Raccoglie tutto. Bussano, è il manutentore, è uno specchio nuovo. Prima di andare saluta Rosalia, che singhiozza quasi composta nell’altra stanza. Risponde al saluto con un gesto del capo, stringe in mano quei fogli scritti a penna che ha raccolto dentro la tazza del cesso.
“Leggi”.

L’ORO DEL PRECIPIZIO

Io ti ho vista indossarmi come quel vestito che desideravi tanto.
Io ti ho vista, mi indossavi come quel vestito che desideravi tanto.

Con le mie mani mi aggiusti proprio sulle spalle
per lasciarle nude,
come ti è sempre piaciuto.
Calza alla perfezione.
Il sarto che non sono mai stato mi ha sorriso con i tuoi denti,
bianchi e bellissimi,
composti nel mordere le labbra fatte della mia carne.
Un brivido si impone su tutto,
il tempo che si ferma ne è testimone e vittima
ed io, beffardo ed implacabile, con le tue unghie
traccio i miei nuovi baffi di sangue.

17 filamenti d’oro ci tengono in equilibrio,
altaleno con le tue gambe,
avanti e indietro seduto sul tuo culo,
altaleno consegnando al vento le carezze dei tuoi capelli,
avanti e indietro nell’eternità che nessuna lancetta potrà dire trascorsa.

Io ti ho vista indossarmi come quel vestito che desideravi tanto.

Siamo ingrassati e siamo dimagriti,
ci siamo intossicati e ci siamo guariti
con le tue budella ed i miei succhi gastrici.

Gli insiemi sfondano il corpo che modelliamo
e la comodità come fine ultimo non ha pace,
non c’è nessun ultimo
non c’è nessun ottimo
c’è solo quell’attimo
e quel brivido che ti fa piangere tutte le lacrime del mondo dai miei occhi.

La voce che sussurra al tuo orecchio con la mia voce
dice cose senza senso,
la lingua si asciuga arida di concetti.

Comanda il tatto,
comanda l’olfatto,
comandano gli schiaffoni
e la collera che ci unisce.
E siamo uno
che contiene due
che contengono cento
che combattono mille
che sconfiggono milioni
che muoiono in miliardi.

Io ti ho vista indossarmi come quel vestito che desideravi tanto.

Lo strappo lo hai riparato
e la mia pelle che penzolava scoprendo quasi un seno
è tornata pudica a raccontarmi
la bellezza
di una cicatrice.

Hai scoperto con i miei piedi
strade che non avresti percorso
labirinti di specchi
in cui la confusione ci ha deformato.
Chi è chi?
Chi è chi?

Morte ai maestri che impongo le spiegazioni.
Morte alla consapevolezza.

Quando arrivò il momento
decidemmo di affrontare il mare
che, immenso ed amniotico,
ci ha spogliato.

Un corpo e lo straccio che lo veste
dentro la marea.
Si allontanano per salvarsi,
si allontanano.

Un naufrago e l’alta moda sopravviveranno in altri lidi.

Io non so più dove sei.
Io non so più dove sei.

Un narciso mi ha trovato sullo scoglio di Epimeteo.
Mi ha lasciato ad asciugare tra le fiamme del falò
accanto alla carne della donna affogata della quale si ciba.

Solo un alito di vento,
solo l’ultimo ricordo.