Vinicio Capossela: “Mimmo Lucano ha vestito i panni del martirio”

Vinicio Capossela: “Mimmo Lucano ha vestito i panni del martirio”

Nell’anniversario di una tragedia del mare più enorme delle altre, quella di Lampedusa del tre ottobre 2013, viene ancora da pensare a Riace. Quando ci siamo andati per girare, pensavo che il volto di Cristo fosse quello di Enrique Irazoqui, e invece il vero “povero Cristo” era a pochi chilometri, confinato a Caulonia per ordinanza. Se Riace è stato un esperimento evangelico, il suo Cristo è stato prima acclamato per le Palme e poi messo in croce.

Ha vestito i panni della testimonianza e quindi del martirio. Nel seguire il percorso di Mimmo Lucano, le stazioni della sua passione giudiziaria, vengo preso da un malessere profondo, particolarmente nel pensarlo come uomo e non solo come testimone di una idea di fratellanza in terra. Mi chiedo se non abbiamo sbagliato tutti a farne un martire appunto da immolare a una causa. Se avessimo chiesto energicamente alle istituzioni di sostenere fino in fondo il progetto fornendo strumenti giuridici nuovi per consentire a quell’utopia di vivere e moltiplicarsi sarebbe stato possibile tutelare meglio il progetto e anche la persona. Se fosse stato lasciato meno solo nella gestione di un progetto così grande.

Tutti noi che ci siamo in qualche modo fatti belli col sogno di Riace non siamo come gli apostoli che si danno alla fuga davanti alla croce?
Forse ogni Buona Novella ha bisogno di un sacrificio, ma l’applicazione della fraternità dovrebbe essere un principio civile e civico, non una religione.

E una gestione più giusta dell’accoglienza dovrebbe avvenire nel concorso d’opera dell’intera società senza avere bisogno di martiri, senza doverci dividere tra il fronte della santità e quello dell’associazione a delinquere.

Vinicio Capossela

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