Cutro: il riscatto della Calabria

Cutro: il riscatto della Calabria

di Cosimo Cavallaro

La tragedia di Cutro è uno di quei drammi che fanno rimordere la coscienza di coloro che non hanno ancora buttato a mare la loro umanità. Sono convinto che esistano ancora persone capaci di scavare nel profondo della propria coscienza fino a trovare le lacrime doverose di fronte a scene come quelle a cui abbiamo assistito in questi giorni, a pochi passi dalle nostre case. In compenso è difficile, se non impossibile, trovare parole da spendere di fronte alla disgrazia che un destino malvagio ha permesso che si consumasse sulle coste di questa terra di Calabria già di per sé martoriata dalla Storia e dagli eventi. Ed è con profonda tristezza che oggi noi calabresi possiamo dire a testa alta che da questa ennesima sciagura scaturisce una sia pur lieve forma di riscatto. 

Fin dalle prime ore di domenica 26 febbraio il mondo ha potuto constatare che, seppur sconfitti nello spirito da quei corpi inanimati, da quelle piccole bare bianche, dai miseri oggetti abbandonati sulla battigia con cui esseri umani come noi avevano affrontato il viaggio della speranza, i volontari calabresi e le forze dell’ordine unitamente a Protezione Civile e Vigili del Fuoco coadiuvati dagli assistenti sanitari si sono tirate su le maniche e hanno cercato, con ogni mezzo a loro disposizione, di accogliere e aiutare i superstiti.

Ma bisognava giungere a sera inoltrata per assistere, in tanto sgomento, al coraggio di due calabresi, un medico e un sacerdote, i quali hanno avuto l’audacia di scagliare il seme del dubbio sulla fatalità del naufragio in diretta su una TV nazionale (per chi volesse approfondire può rivedere la trasmissione “Non è l’Arena” di domenica 26 febbraio su LA7.it). Poche parole che hanno avuto la forza di aprire il vaso di Pandora considerando che, nel giro di pochi minuti, da Roma è arrivata la reazione del Ministero con tanto di minaccia di ricorso all’Avvocatura dello Stato nei confronti di chi, senza accusare nessuno, ha espresso le sue perplessità in quanto testimone nel luogo dove si è verificato l’affondamento del barcone. Grazie a queste coraggiose parole il dibattito si è allargato a tutta l’informazione consentendo, anche a chi come me non è esperto di leggi sulla sicurezza, di capire quanto cinismo è contenuto nel Decreto Sicurezza del Governo Conte 1 e inorridire, per l’ennesima volta, di fronte all’egoismo di quelle nazioni europee pronte a costruire muri e barriere per fermare l’immigrazione.

Doveva verificarsi un’altra tragica sciagura sulle coste calabre affinché anche un ignorante come me potesse finalmente capire perché la segnalazione di un barcone nei nostri mari non fa scattare immediatamente il meccanismo del soccorso, rappresentato dalla Guardia Costiera, ma quello del controllo poliziesco della Guardia di Finanza. E poiché oltre che ignorante mi considero anche maldicente mi permetto di immaginare che se il barcone fosse stato uno yacht non sarebbe salpata la Guardia di Finanza perché a bordo non ci sarebbe stata la disperazione scortata da malvagi e violenti scafisti ma sostanziose carte di credito.

Ebbene, alla luce della tragedia consumata sulla spiaggia di Cutro, si può desumere che di noi calabresi si può dire di tutto ma non che abbiamo smarrito definitivamente né il senso del dovere etico, civile e morale, né quello della pietà umana. È probabile che dobbiamo ancora studiare molto per capire il grande valore rappresentato dal PIL, dal MIB, dal G7 al G20 e, più in generale, da tutte le grandi entità finanziarie (col cuore a forma di salvadanaio come cantava il grande De Andrè) che dominano il grande mondo dell’economia. Ma noi, nati e cresciuti nel piccolo recinto di questa terra aspra, oggi abbiamo capito perché le regioni ricche reclamano l’urgenza dell’autonomia dalla centralità dello Stato. Noi, figli di un Meridione troppo romantico per competere con chi declama la produttività e la meritocrazia come uniche unità di misura per stabilire chi è meritevole di partecipare al banchetto dei potenti, oggi abbiamo capito che l’integrità etica è l’unico valore di una vita degna di essere vissuta e che ci è rimasto solo un faro per evitare il naufragio della nostra coscienza: il Presidente della Repubblica.

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