I maranza e il potere di zittire i camion

I maranza e il potere di zittire i camion

La costruzione del nemico

Volevo fare una riflessione sui maranza. Sui decreti maranza.

Chi sono questi maranza?

Questi maranza sono ragazzi italiani o, meglio, ragazzi nati e cresciuti in Italia, molti dei quali appartenenti a quella che viene chiamata la seconda generazione. Alcuni sono cittadini italiani a tutti gli effetti, altri stanno ancora aspettando di diventarlo.

E già qui c’è un primo paradosso: ragazzi che sono nati in Italia, che sono cresciuti in Italia, che parlano italiano, che hanno frequentato le nostre scuole, ma che, per la legge italiana, in molti casi sono ancora stranieri.

Ragazzi che hanno visto per anni… per anni, i diritti dei propri genitori presi a calci.

Per anni hanno vissuto l’equivoco di essere italiani in Italia, ma di essere considerati dei diversi. E in alcuni casi non è neppure un equivoco, perché quella stessa Italia in cui sono nati e cresciuti non li riconosce ancora come cittadini.

E allora dovevano coalizzarsi. E lo potevano fare solo tra di loro, perché questo veleno, sparpagliato a piene mani nella società, non ha dato loro altre soluzioni.

E dovremmo anche chiederci perché questi ragazzi si radunano tra di loro. Perché non è soltanto una miscellanea di giovani che condividono una moda o un modo di vestire. Per una parte di loro c’è un percorso comune, una storia familiare comune, una condizione sociale comune. Hanno visto i propri genitori trattati come stranieri e, qualche volta, sono loro stessi a sentirsi stranieri nel Paese in cui sono cresciuti.

E allora il gruppo diventa appartenenza. Diventa riconoscimento. Diventa quel posto dove non devi continuamente spiegare chi sei. Come è sempre successo, in tutte le generazioni. Quelli che, magari, i più bravi chiamano «gruppi dei pari».

Naturalmente, non tutti i ragazzi che vengono chiamati maranza sono figli di immigrati, non tutti sono di seconda generazione e non tutti hanno la stessa storia. Ma è proprio questo il punto.

Per me un maranza è mio figlio, mio nipote, un emo, un seguace della musica pop, un rapper.

Sono ragazzi. Ragazzi che cercano una propria identità, che si riconoscono in una musica, in un modo di vestire, in un linguaggio, in un gruppo.

Ma è stato sempre così?

Perché quella che abbiamo appena descritto è la fotografia dei maranza di oggi. O meglio, di quello che oggi viene identificato come maranza nell’immaginario collettivo: ragazzi spesso associati alle seconde generazioni, ai figli dell’immigrazione, alle periferie.

Ma la parola maranza non nasce con questa impronta. Non nasce per identificare i figli degli immigrati, né tantomeno una categoria di delinquenti.

E pensare che già nel 1988 Jovanotti cantava dei maranza. Ragazzi fissati con le moto, con i vestiti americani, con la musica. Una banda di giovani che voleva distinguersi, farsi notare, riconoscersi in un modo di vivere.

Era il 1988.

C’erano le mode, le esagerazioni, i gruppi di ragazzi. C’era anche una certa ironia, persino un tono dispregiativo nel chiamarli maranza. Ma non c’era quell’associazione con l’immigrazione, con le seconde generazioni, con la criminalità, che oggi accompagna così spesso questa parola.

E allora che cosa è successo?

Come siamo passati dal maranza di Jovanotti, fissato con le moto e i vestiti americani, al ragazzo con la tuta, il cappuccio e il borsello, che ascolta la trap e che, soprattutto quando è figlio di immigrati, finisce per essere guardato con sospetto?

È cambiata la parola oppure siamo cambiati noi?

Perché nel frattempo quella parola ha cambiato pelle. Da un modo di identificare una certa cultura giovanile è diventata anche un’etichetta sociale, con una connotazione etnica e, sempre più spesso nel dibattito pubblico, persino criminale.

Non è cambiato soltanto il modo di vestire dei ragazzi. È cambiato il significato che noi adulti attribuiamo a quel modo di vestire, di parlare, di stare insieme.

Ed è qui che comincia la vera metamorfosi: non quella dei ragazzi, ma quella dello sguardo che abbiamo deciso di rivolgere loro.

Già la definizione di maranza, per come viene utilizzata oggi, suggerisce il fatto che tu abbia additato un nemico, abbia additato una categoria.

Si è perso completamente l’atto umano con quell’etichettatura. Si sono perse le proprie responsabilità con quell’etichettatura.

Perché, nel momento in cui li chiami maranza, non sono più adolescenti, non sono più ragazzi. Sono una categoria. E quando hai creato una categoria, hai già individuato il nemico.

E c’è persino un paradosso: più li etichetti, più rischi di spingerli a riconoscersi proprio in quell’etichetta. Più li consideri diversi, più rischi di rafforzare quella separazione che dici di voler combattere.

Non importa più se sei nato in Italia, se sei cittadino italiano oppure se stai ancora combattendo per ottenere quella cittadinanza. Non importa più quale sia stata la tua storia, quali diritti siano stati negati ai tuoi genitori, quali difficoltà tu abbia vissuto.

Sei un maranza. E tanto basta.

E con questa etichetta abbiamo trovato anche il modo di liberarci delle nostre responsabilità.

Io mi ricordo che una volta gli adolescenti andavano capiti, contenuti e corretti.

Capiti. Contenuti. Corretti.

Non significa che potessero fare quello che volevano, non significa giustificare la violenza o i reati. Significa che erano adolescenti e che la società adulta aveva delle responsabilità nei loro confronti.

La violenza va condannata. Sempre. Da chiunque provenga. E chi commette un reato deve risponderne. Ma condannare la violenza non significa condannare un’intera generazione, un’intera categoria di ragazzi. E soprattutto non significa rinunciare a capire, a educare, a correggere.

Perché se rinunciamo a capire le ragioni di un comportamento violento, non stiamo combattendo la violenza. Stiamo soltanto punendo chi l’ha commessa, lasciando intatte le condizioni che possono favorirla.

Ora, invece, discutiamo di sottoporre anche i minorenni al fermo preventivo, di trattenere ragazzi per ore, di mandare altri cinquecento militari nelle strade e persino di attribuire loro poteri di polizia giudiziaria.

E parliamo di dodicenni, di tredicenni. Non me lo sto inventando io. Sono proprio queste le età che vengono tirate in ballo dai rappresentanti del governo per giustificare nuove misure repressive.

E questa è diseducazione. Una folle diseducazione che questo governo vigliacco, estremamente vigliacco, sta disseminando a piene mani.

Ma non sta soltanto seminando diseducazione.

Sta distruggendo la morale. L’etica. La pedagogia. La capacità empatica.

Perché la capacità empatica non può essere ridotta per cittadinanza, per razza. Non puoi decidere chi merita di essere compreso e chi no sulla base di un documento, del colore della pelle o della provenienza dei suoi genitori.

L’empatia o è una capacità umana, e allora deve valere per tutti, oppure diventa soltanto un privilegio che concediamo a chi consideriamo uguale a noi.

E quando cominciamo a distinguere persino gli adolescenti tra quelli che meritano di essere capiti e quelli che meritano soltanto di essere repressi, non stiamo più parlando soltanto di sicurezza. Stiamo mettendo in discussione i principi stessi dell’educazione. Perché, prima ancora di domandarci come recuperare questi ragazzi, come educarli, come correggerli, ci preoccupiamo di come reprimerli.

E il nome stesso, decreti maranza, è già una dichiarazione politica. Non stai più affrontando i comportamenti di singoli individui. Stai individuando un’intera categoria da combattere.

Ma questa è una strada già tracciata.

Già tracciata.

Non sto dicendo che i maranza siano figli del decreto Sicurezza di Salvini del 2018. Sto dicendo che il sistema di creazione del nemico, quel modo di fare politica, ha trovato proprio in quel decreto uno dei suoi precedenti più evidenti.

Perché con quel decreto hai contribuito a creare migliaia di fantasmi in giro per l’Italia.

Persone che erano già qui, che attraverso la protezione umanitaria potevano ottenere un permesso di soggiorno, lavorare legalmente, costruirsi un’esistenza e cominciare un percorso di integrazione. E quella possibilità è stata cancellata nella sua forma generale, lasciando soltanto forme di tutela più ristrette.

Non stiamo parlando del decreto Flussi. Stiamo parlando di persone che erano già in Italia, alle quali hai chiuso una possibilità concreta di uscire dall’irregolarità.

E allora che cosa pensavi potesse succedere? Che cosa pensavi potesse fare una persona che vive in Italia, che non può lavorare legalmente, che non riesce a costruirsi un’esistenza normale?

L’hai spinta ai margini. L’hai resa più vulnerabile. L’hai esposta anche al rischio di finire nell’illegalità, compresa quella criminale.

E quando qualcuno finisce per delinquere, ecco che hai trovato il tuo nemico perfetto. Quello che ti serve per confermare tutto ciò che vai raccontando.

Perché il punto è proprio questo: hai contribuito a creare le condizioni nelle quali alcune persone possono finire nella delinquenza e poi hai utilizzato la delinquenza per additare gli extracomunitari come delinquenti.

Prima contribuisci a creare il problema. Poi additi il problema. E infine ti presenti come quello che deve combatterlo.

Ed è questo il metodo politico che ritrovo oggi nella vicenda dei maranza.

Prima lo straniero, l’extracomunitario, il clandestino. Oggi il maranza.

Cambia l’etichetta, cambia il soggetto, ma il metodo che contesto è lo stesso.

Individui una categoria, concentri su quella categoria la paura e la rabbia della società e finisci per far dimenticare tutto ciò che sta dietro: le condizioni sociali, le responsabilità politiche, i percorsi di integrazione negati, l’educazione, la pedagogia, la capacità empatica.

E così, ancora una volta, non affronti soltanto il problema. Ti costruisci un nemico attorno al quale fare politica.

È un governo che, a mio giudizio, continua su questa strada, creando le condizioni per alimentare i problemi e poi utilizzandoli per crearsi un nemico, per poter ubriacare l’opinione pubblica italiana, dando in pasto gli altri poveri e additandoli semplicemente come la parte malata.

E oggi penso che i maranza stiano svolgendo una funzione molto utile a questa politica. Diventano un anestetico per i popoli, qualcosa su cui concentrare la paura, la rabbia, l’attenzione.

Proprio mentre il Paese attraversa grandi difficoltà, mentre gli autotrasportatori protestano perché non riescono più a sostenere i costi, mentre milioni di persone vivono nella povertà e tante famiglie non ce la fanno più.

E allora succede una cosa straordinaria: i camion possono anche fermarsi, ma il loro rumore viene coperto dal clamore sui maranza.

Non hai risolto il problema dei trasportatori. Non hai risolto il problema della povertà. Non hai risolto neppure quello dei ragazzi.

Hai semplicemente trovato qualcosa che fa più rumore dei camion.

E intanto continua quel «tutto va bene» che ci viene ripetuto continuamente, anche attraverso tante televisioni pubbliche e private.

E allora mi domando: quanto è comodo avere un nemico da mostrare ogni giorno, mentre si parla sempre meno delle difficoltà che la gente vive?

E soprattutto, quanto è comodo che quel nemico sia ancora una volta un povero, un ragazzo, un figlio di immigrati, uno che ha già poche possibilità di difendersi?

E intanto scompaiono le responsabilità. Quelle della politica. Quelle della società. Quelle di chi per anni ha alimentato il sospetto verso lo straniero e poi ha continuato a considerare stranieri persino i suoi figli nati in Italia.

Abbiamo dato un nome al problema. Abbiamo individuato un nemico. E abbiamo smesso di guardarci allo specchio.

Redazione

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