Nel paese dove anche l’aria aveva una delega – Seconda parte

Nel paese dove anche l’aria aveva una delega – Seconda parte

Cronache di ordinaria follia amministrativa, scientificamente approvate.

Di Cielito Lindo

Parte seconda

E fu proprio quella dichiarazione della Signora del Megafono a provocare un nuovo incidente diplomatico.

La Piccola Imperatrice, venuta a conoscenza del video, si indignò profondamente.

Non per la rivoluzione, né per Superman.

Ma perché la Signora del Megafono aveva parlato di permessi senza averla preventivamente consultata.

«I permessi sono miei! È mio! È mio! È mio!»

Per qualche istante si temette una crisi istituzionale.

La Piccola Imperatrice rivendicava la competenza sulle autorizzazioni rivoluzionarie.

La Signora del Megafono pretendeva l’esclusiva della rivoluzione.

Superman, nel frattempo, continuava a sostenere le idee che riteneva condivisibili, aggravando ulteriormente la situazione.

Il Sindaco Rockettaro venne immediatamente informato.

Ascoltò il resoconto con lo sguardo del pugile che aveva ormai perso il conto delle riprese.

«Ma non possiamo dare una delega anche alla rivoluzione?»

La Piccola Imperatrice spalancò gli occhi.

«È MIA!»

La Signora del Megafono, venuta a sapere della proposta, annunciò una nuova diretta notturna.

Il Sindaco si lasciò cadere sulla poltrona.

«Va bene, va bene… Facciamo una delega alle rivoluzioni e una alle controrivoluzioni. Basta che state tranquilli.»

«E Superman?» chiese qualcuno.

«Superman lasciatelo volare, che almeno non occupa una sedia.»

Ma quella sera, fuori dalle mura del Comune, un’altra protagonista si preparava a intervenire nel dibattito cittadino.

Non apparteneva alla guerriglia amministrativa. Non pretendeva deleghe e non partecipava alle battaglie per la sopravvivenza della maggioranza.

Aveva però una passione altrettanto importante: la scienza.

O meglio, una sua interpretazione molto particolare.

In paese la chiamavano la Scienziata delle Eccezioni.

Aveva dedicato anni allo studio di una disciplina che nessuna università aveva ancora avuto il coraggio di istituire: la relatività delle regole altrui.

La sua principale scoperta consisteva nell’aver dimostrato, almeno a sé stessa, che una medesima azione poteva essere giusta o sbagliata a seconda di chi la compisse.

Se il vicino tagliava un albero, era un attentato alla natura.

Se lo tagliava lei, era riqualificazione del paesaggio.

Se qualcun altro spostava un granello di sabbia, bisognava mobilitare immediatamente gli ambientalisti.

Se invece una montagna intera doveva cambiare posizione per una sua necessità, si trattava di un piccolo adeguamento morfologico.

Del resto, aveva elaborato una teoria semplicissima:

«Ciò che per gli altri è un abuso, per me è un uso.»

E naturalmente…

«È SCIENTIFICAMENTE APPROVATO!»

Quella frase era diventata il suo marchio di fabbrica.

Qualcuno raccontava che, in un passato ormai avvolto nella leggenda, durante un incontro, un individuo particolarmente indiscreto avesse osato domandarle dove fossero pubblicate le prove scientifiche delle sue affermazioni.

Una domanda apparentemente innocente, ma dagli effetti devastanti.

Da allora, ogni volta che qualcuno pronunciava la parola prove, la Scienziata delle Eccezioni avvertiva l’irrefrenabile necessità di ribadire che tutto era scientificamente approvato.

Da chi, non era dato sapere.

Dove, nemmeno.

Ma approvato, certamente.

Il suo campo di ricerca preferito era diventato quello della buona educazione.

Dispensava consigli, denunciava le cattive maniere e si indignava davanti alla screanzatezza del prossimo.

Aveva però sviluppato una particolarissima interpretazione dei rapporti umani.

Ridere direttamente in faccia a un interlocutore era, secondo lei, un fenomeno perfettamente naturale. Risponderle a tono, invece, rappresentava una gravissima violazione delle regole della convivenza civile.

«È scientificamente approvato che ridere in faccia al prossimo non è reato! Parlare da screanzati è tutt’altra cosa!»

Peppe ‘u Barbiere, che di scienza capiva poco ma di risate parecchio, tentò una domanda.

«Ma scusate, se uno ride in faccia a un altro, non potrebbe essere pure quella una forma di maleducazione?»

«Assolutamente no! È scientificamente approvato!»

«E chi l’ha approvato?»

La Scienziata delle Eccezioni lo fissò.

Peppe comprese immediatamente di aver pronunciato una domanda pericolosa.

«Volevo dire… buona giornata.»

Il Vecchio Saggio, che aveva ascoltato la conversazione, commentò:

«Peppe, devi capire che qui siamo davanti a una scienza rivoluzionaria. Le regole valgono per tutti, tranne per chi le enuncia.»

«E chi lo dice?»

«La scienza.»

«E dove sta scritto?»

«Non ricominciare, Peppe.»

Intanto, al Comune, la situazione continuava a peggiorare.

La Piccola Imperatrice aveva appreso che durante il temporale della sera precedente il vento aveva soffiato senza alcuna autorizzazione.

Un fatto gravissimo.

Non soltanto perché le correnti d’aria rientravano, a suo giudizio, nella delega alla distribuzione delle boccate, ma soprattutto perché quel vento aveva accompagnato il video della Signora del Megafono.

E quindi qualcuno aveva utilizzato una risorsa atmosferica senza averne preventivamente riconosciuto la competenza.

«È mio! È mio! È mio! Anche il vento è mio!»

La Signora del Megafono replicò annunciando che nessuno avrebbe potuto sottrarle i fenomeni atmosferici della rivoluzione.

Superman, interpellato sulla questione, osservò semplicemente che forse il vento avrebbe dovuto continuare a soffiare liberamente.

La dichiarazione provocò una nuova ondata di indignazione.

La Signora del Megafono lo accusò di voler cavalcare anche quella battaglia.

La Piccola Imperatrice reclamò immediatamente una delega alla libertà delle correnti atmosferiche.

Il Sindaco Rockettaro fu costretto a convocare una riunione.

Si presentò con l’aria stanca di chi aveva appena concluso un concerto di tre ore e incassato, subito dopo, una serie di pugni senza guantoni.

«Allora, che succede stavolta?»

«Il vento!» gridò la Piccola Imperatrice.

«La rivoluzione!» tuonò la Signora del Megafono.

«Il diritto di essere d’accordo!» tentò di spiegare Superman.

Il Sindaco li guardò uno alla volta.

Poi domandò:

«Ma non possiamo essere tutti d’accordo e andare a casa?»

Fu il silenzio.

Per qualche secondo sembrò che persino il tempo si fosse fermato.

La Piccola Imperatrice non poteva accettare un accordo che non fosse stato preventivamente dichiarato di sua proprietà.

La Signora del Megafono non poteva essere d’accordo con Superman, nemmeno quando Superman era d’accordo con lei.

E Superman, che probabilmente avrebbe preferito affrontare un meteorite, si ritrovò a dover spiegare perché sostenere un’idea non significasse necessariamente rubarla.

Il Sindaco Rockettaro capì che la soluzione non poteva essere politica.

Doveva essere amministrativa.

«Facciamo così. La delega al vento la diamo alla Piccola Imperatrice. La rivoluzione rimane alla Signora del Megafono. Superman può continuare a dire quello che pensa, però magari senza farlo sapere troppo in giro.»

«E la pace?» domandò qualcuno.

Il Sindaco si raddrizzò improvvisamente.

«La pace è mia! Almeno quella lasciatemela!»

Fu la prima volta, dopo moltissimo tempo, che qualcuno lo sentì rivendicare qualcosa con autentica convinzione.

Peppe ‘u Barbiere, informato dell’accaduto, rimase pensieroso.

«Saggio, ma secondo te chi comanda davvero in quel Comune?»

Il Vecchio Saggio osservò il palazzo.

«Bella domanda, Peppe. C’è chi pretende tutto, chi vuole la rivoluzione, chi combatte anche contro chi gli dà ragione e chi distribuisce il potere pur di non perderlo.»

«E il Sindaco?»

«Il Sindaco ha capito una cosa fondamentale.»

«Quale?»

«Che può pure lasciare agli altri tutte le chiavi del palazzo, purché nessuno gli porti via quella della sua stanza.»

Peppe annuì.

«Insomma, uno pretende il mondo e l’altro glielo concede.»

«Esattamente.»

«E chi governa?»

Il Vecchio Saggio rimase in silenzio.

Per una volta, non aveva una risposta.

Proprio in quel momento, dal telefonino di Peppe partì l’ennesimo video della Signora del Megafono.

Il cielo era nero, i lampi squarciavano l’orizzonte e la voce della rivoluzionaria risuonava solenne.

«SUPERMAAAN! LA RIVOLUZIONE NON SI TOCCAAAA!»

Pochi istanti dopo arrivò un messaggio della Piccola Imperatrice:

«Chi ha autorizzato quei fulmini? È mio! È mio! È mio!»

Il Sindaco Rockettaro, seduto nel suo ufficio, sospirò profondamente.

Era stanco, molto stanco. Ma la poltrona era sempre lì.

E tanto bastava per considerare la giornata politicamente positiva.

Fuori, in piazza, la Scienziata delle Eccezioni stava spiegando a qualcuno che ridere in faccia al prossimo non era affatto maleducazione.

«È scientificamente approvato!»

Peppe ‘u Barbiere si voltò verso il Vecchio Saggio.

«Ma secondo te, in questo paese, prima o poi torneremo alla normalità?»

Il Vecchio Saggio si accarezzò lentamente il mento.

«Peppe, qui la normalità è un concetto relativo.»

«Scientificamente?»

«No, Peppe. Per carità. Non mettiamoci pure noi.»

E mentre i due si allontanavano, una leggera brezza attraversò la piazza.

Qualcuno giurò di aver sentito, dalle finestre del Comune, una vocina gridare:

«È MIOOOOO!»

Il vento, per prudenza, cambiò direzione.

Si racconta che da quel giorno persino le foglie abbiano cominciato a muoversi soltanto dopo aver controllato l’elenco delle deleghe.

E il Sindaco Rockettaro?

Continuò a governare come aveva sempre fatto: lasciando che tutto gli scorresse addosso, incassando colpi e distribuendo potere, con l’unica preoccupazione che nessuno gli togliesse la poltrona.

Perché, in fondo, in quel piccolo paese sul mare, le rivoluzioni potevano essere di qualcuno, la scienza poteva essere approvata da chiunque e persino l’aria poteva avere un padrone.

Ma la poltrona, quella no. Quella doveva restare saldamente occupata.

E su questo, almeno, il Sindaco Rockettaro non avrebbe mai accettato compromessi.

Scientificamente approvato, naturalmente.

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