Caulonia al tempo dei nonni – la lavatrice

Caulonia al tempo dei nonni – la lavatrice

Mi piace ascoltare mia nonna, e a lei piace parlare con me raccontandomi del suo passato. Ha un debole per la lavatrice: la ritiene proprio una grande invenzione.

Quando lei era giovane in molte abitazioni mancava l’acqua corrente, così si andava a prenderla alla sorgente muniti di barili e asini per il trasporto.
Le donne di Caulonia facevano il bucato recandosi presso le due fiumare, Allaro o Amusa: partivano al mattino portando la “truscia” con i panni sporchi sulla testa, li insaponavano poggiandoli su una grossa pietra e li sciacquavano nell’acqua che scorreva; infine, li lasciavano asciugare al sole.
Un paio di volte all’anno, oltre al solito lavaggio si faceva “a vucata c’a lissia”, necessaria per sbiancare e disinfettare la biancheria.

I panni venivano riposti in un grande contenitore oppure in vasche comuni collocate nelle stradine del paese, ricoperti con un sacco di tela grezza che faceva da filtro. In una caldaia si bolliva l’acqua con la cenere del focolare ripulita da tutti i pezzettini di brace. Successivamente, tale miscela veniva versata sui panni, poi lasciati riposare per un giorno intero e infine riportati al fiume per essere “sbucatati”.

Alcune donne facevano il bucato per mestiere, cioè per conto d’altri: erano le lavandaie, spesso ricompensate con un pane o un litro d’olio.
La nonna mi racconta che le lavandaie cantavano al fiume, mentre i bambini felici giocavano attorno a loro. Io ascoltandola penso a mia mia madre, che non canta guardando la lavatrice in azione, anzi è spesso nervosa. Sarà forse una controindicazione di questa grande invenzione?

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