Caulonia: Crochi, la festa degli ultimi

Caulonia: Crochi, la festa degli ultimi

Di Cosimo Cavallaro

L’8 di settembre per noi cauloniesi delle frazioni che vanno da Quartato a Gozza passando per Pezzolo a levante e Obile a ponente, è il giorno del ricongiungimento con la nostra cultura ancestrale. Credenti e laici, residenti ed emigranti, ci accostiamo in un cerchio simbolico nel cui centro troneggia l’immagine fanciullesca della Vergine.

Quello con la Madonna di Crochi è un legame solido e duraturo che il tempo non riesce a scalfire; un simbolo di appartenenza a questa terra d’Aspromonte che non ha potuto offrirci molto ma che conserva in ogni pietra le impronte della nostra consapevolezza indomita.

Incastonata su un minuscolo promontorio sulla sponda destra della fiumara Amusa, a pochi chilometri dalla sorgente, quella che per noi è sempre stata e sarà la “chiesa di Crochi”, oggi santuario per volere del vescovo Bragantini, è un piccolo gioiello di architettura al limite del fiabesco. Tre brevi navate, arredate con sobrietà, accolgono i fedeli in uno spazio angusto dove l’armonia dei gorgheggi corali o delle esibizioni individuali (chi non ricorda i canti liturgici intonati dalla voce squillante della cara Assunta Jacopetta), si espande verso la volta per discendere senza alterazioni nei cuori dei devoti.

Una tipica festa religiosa quella di Crochi ma anche e soprattutto un’occasione laica per esaltare la nostra indole campagnola. Ero ancora un bambino quando, nel giorno della festa, quel breve tratto di fiumara si animava come per incanto. Un brulichio di zappaterra e pastori ognuno dei quali sosteneva una parte in quella rappresentazione disorganizzata nel teatro all’aperto concesso dall’Amusa.

Vi erano uomini che macellavano capre, donne che cucinavano sulla nuda terra al coperto di baracche cadenti mentre preparavano ciotole con olive e lupini e bambini che vendevano noci e altri frutti per poche lire da spendere per dare vita ai propri sogni, tra i quali spiccava il famoso coltellino con il manico di madreperla. Altri uomini vendevano vino, tanto vino, trasportato negli otri o a dorso d’asino nei barili, che veniva tracannato con avidità eccessiva o disputato in interminabili partite a

carte nel gioco del “padrone e sotto”. Il divertimento era assicurato dalla tarantella, quella verace in cui un organetto, suonato con maestria (come faceva il compianto Ilario Simonetta), accompagnato da un tamburello, bastava a scatenare le abilità acrobatiche di uomini ruvidi, più avvezzi all’uso dell’accetta che all’eleganza del ballo. Erano tempi in cui l’igiene non era una priorità, la plastica e i detersivi erano sconosciuti, la salute si valutava con la prestanza fisica e il benessere con un paio di scarpe, una camicia o una gonna pulita.

Con gli anni anche la festa di Crochi ha cambiato volto. Da lungo tempo ormai gli animali non vengono più macellati sul posto e alla tipica carne di capra si sono aggiunte le frittole e le salsicce di maiale. Le lanterne sono state sostituite dalle luminarie e dai faretti e l’organetto è stato rimpiazzato da professionisti dello spettacolo coadiuvati da moderni sistemi di amplificazione. Il tutto culminante con la pittoresca “ballata del ciuccio” e l’immancabile spettacolo pirotecnico a base di fuochi d’artificio particolarmente suggestivi nelle notti stellate in quel breve scorcio di fiumara.

A ricordare le consuetudini del passato che fu sono rimaste le caratteristiche “baracche”, nelle quali si dispensano pietanze cotte nella “caddara” accompagnate dal vino o dalla birra refrigerata e il tipico panino con la salsiccia calda: l’hot dog dei poveri.

Purtroppo, è ormai da due lunghi anni che, per effetto della pandemia da Covid, quella che era una occasione per socializzare, rincontrarsi con gli amici di un tempo per riabbracciarsi e rievocare il passato o, semplicemente, lasciare a casa le preoccupazioni per immergersi nella folla, si è spenta. Niente luci, niente musica, niente bancarelle ma soltanto una messa officiata al cospetto delle ossature di quelle che furono le

baracche lungo una fiumara sempre più arida.

Era una festa dell’oblio quella di Crochi dove, per un giorno, ognuno cercava di dimenticare le fatiche e le afflizioni di un anno trascorso nell’affanno del vivere quotidiano, nella ricerca ossessiva di soluzioni a tematiche sempre più complesse, nella nostalgia di un tempo che non ritorna e che, indolente, ci conduce, attraverso strade tortuose, verso un futuro sempre più incerto.

Una scenografia, in quel palcoscenico della umana esistenza, nella quale il nostro ruolo di “gente di fiumara” non può evolversi perché siamo consapevoli che la natura, la terra e le fiumare non solo la rappresentano ma sono la vita stessa. Un dono che accettiamo con devozione e con la consapevolezza che in questo mondo avanzato, schiavo della tecnologia e dell’egoismo finanziario, vivere in semplicità significa arrivare ultimi nella sfrenata gara per l’accaparramento dei beni volubili.